Despaigne: io, Cuba e il regime di Castro

Il miglior giocatore al mondo nel 1990: «Ho rinunciato a tanti soldi»
PESCARA. Un mito della pallavolo in Abruzzo. Un cubano che ha scelto di vivere in Italia, a Casalincontrada per la precisione. E’ Joel Despaigne, 51 anni, eletto miglior giocatore al mondo nel 1990 dalla federazione mondiale di pallavolo. Una leggenda del volley degli anni Ottanta e Novanta. Lo chiamavano El Diablo per il suo grido e l’altissima elevazione a ogni schiacciata, ben un metro e trenta centimetri da terra. Ha vinto, tra l’altro, la Coppa del Mondo nel 1989, in Giappone, e la medaglia d’argento ai Mondiale del 1990, in Brasile, nella manifestazione vinta dall’Italia di Velasco grazie a una finale leggendaria in cui proprio Despaigne ha annullato otto match-point di fila agli azzurri.
Despaigne che cosa ci fa in Abruzzo?
«Sono qui dal 2014, da quando mia moglie, Caterina Casilli, si è spostata per motivi di lavoro dal Molise a Chieti. Prima vivevo a Isernia, ora a Casalincontrada».
Che cosa è rimasto di El Diablo?
«Il soprannome me l’hanno dato i giornalisti quando giocavo. Ora non sono più El Diablo, cerco di diventare un angelo per i bambini a cui insegno la pallavolo. Dentro di me sento ancora lo spirito sportivo vincente, ma ora sono un uomo diverso, calmo e paziente».
Com’è l’Italia vista da un cubano?
«E’ una terra calda, un Paese molto accogliente che ha le nostre stesse abitudini. Si mangia e si balla, c’è gente calorosa».
I suoi rapporti con Cuba?
«Sono appena tornato. Lì ho la famiglia, mia madre, mio figlio, mia sorella. E gli amici».
Mitici gli anni Ottanta-Novanta.
«Vita e sport, anni mitici è vero. Sono stato un atleta di Cuba, ero visto come un angelo. Ero la bandiera dello sport cubano».
Come si è avvicinato alla pallavolo?
«Lo sport mi è sempre piaciuto. Ho cominciato a scuola, poi ho fatto i test per entrare nella scuola sportiva di Cuba. Mia madre voleva che studiassi, ho pianto pur di convincerla ad avvicinarmi alla scuola dello sport. Lì sono stato un paio di anni. Poi, sono passato alla nazionale giovanile cubana. Eravamo in collegiale per tutto l’anno».
Lei è di Santiago di Cuba.
«La seconda città più grande del Paese, a 900 km da l’Avana. Da lì è partita anche la rivoluzione di Fidel Castro e lì hanno sepolto il leader maximo quando è morto. Ho giocato dal 1980 fino al 1996, alle Olimpiadi di Atlanta, con la Nazionale. 350 partite».
Come ha vissuto la Cuba di Fidel Castro?
«Bene, perché ho avuto la possibilità di girare il mondo. Scuola, ospedale e sport gratuiti. Ho rappresentato il Paese con orgoglio».
E chi non era un campione dello sport?
«Viveva tranquillamente. Scuola, ospedale e sport per tutti. La vita non è solo consumismo. Si viveva tranquillamente. Per me il giudizio sugli anni di Castro è positivo. Ringrazio sempre chi ha fatto in modo che la mia vita fosse così. I miei genitori non si potevano permettere certe spese: mio padre lavorava in una fabbrica, mia madre faceva la parrucchiera in televisione. Lo Stato mi ha dato la possibilità di affermarmi».
Come si diventa Despaigne?
«Avevo talento, per carità, ma per entrare nella scuola sportiva dovevi avere anche certi parametri fisici e atletici. Poi, allenamento, amore e passione fanno il resto per un atleta».
E’ stato il migliore al mondo?
«Nel 1990 ho ricevuto il premio dalla Fivb (la federazione mondiale, ndr). Io mi divertivo. Per me la pallavolo è stata ed è divertimento per me e per la gente che la vede».
Quello che è stato il miglior giocatore di pallavolo al mondo oggi vive di rendita?
«No, percepivo uno stipendio dalla federazione. Non sono diventato ricco con il volley, ma ancora oggi sono un ambasciatore dello sport cubano nel mondo. Quando torno in Patria sono ancora un idolo. C’è gratificazione eterna da parte del Paese».
Ha rinunciato a tanti soldi durante la carriera?
«Sì, di offerte me ne sono arrivate tante. Ma in quel momento Cuba non dava il permesso per andare a giocare in un altro Paese. E allora il mio unico rammarico è quello di non essermi potuto confrontare con altri campionati. Ma ero consapevole di quel momento particolare della storia. Ero un sostenitore di Fidel, faceva vivere in tranquillità la sua gente. Ripeto: all’interno di Cuba mangiavi, studiavi e avevi assistenza sanitaria. Si viveva bene. A livello economico non ho guadagnato abbastanza, ma mi sono confrontato con i migliori al mondo. E’ questo il mio orgoglio. Ho gareggiato contro gente del calibro di Bernardi, Zorzi Lucchetti, Kiraly, Timmons e così via».
Un rimpianto ce l’ha?
«Non aver vinto il campionato del mondo del 1990. E le Olimpiadi del 1992».
Italia-Cuba, mitica finale del 1990.
«Otto palle match annullate, io ero il punto di riferimento della squadra e nei momenti di difficoltà mi cercavano tutti».
Il momento più bello della carriera?
«Nel 1990, quando sono stato nominato miglior giocatore al mondo. E poi il riconoscimento della gente che mi apprezza a distanza di anni».
Meglio il volley con il cambio palla o con rally point system?
«Ora è una pallavolo più tattica e tecnica; con il cambio palla era più fisica».
Chi è il Despaigne di oggi?
«Penso al francese N’Gapeth, che gioca a Modena».
Come mai non è rimasto a grandi livelli?
«Ho scelto la famiglia, nella vita bisogna apprezzare quello che si ha. Il settore giovanile mi permette di lavorare con tranquillità»
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