Di Francesco: io, papà e la mia scalata

L’attaccante pescarese del Bologna in redazione: «Orgoglioso del premio, spero di migliorare ancora nel 2017»
PESCARA. I piedi sono ben piantati per terra. Il salto in serie A non ha cambiato Federico Di Francesco, l’attaccante del Bologna che ha vinto l’edizione 2016 del Pallone d’oro abruzzese, il concorso ideato e organizzato dal quotidiano il Centro. Ieri pomeriggio, approfittando dell’ultimo giorno di vacanza prima di rientrare oggi a Bologna, è passato in redazione per ritirare il premio che gli hanno tributato la giuria qualificata (giornalisti, dirigenti, procuratori e allenatori) e i lettori attraverso la votazione con i tagliandi. La caricatura del vignettista Marco D’Agostino farà bella mostra di sè nella bacheca di casa in attesa che arrivino altri trofei. D’altronde, l’attaccante pescarese figlio d’arte ha appena 22 anni e un futuro luminoso davanti. Durante la diretta Facebook sulla pagina del Centro il calciatore rossoblù si è raccontato a 360 gradi.
Di Francesco, un 2016 da incorniciare per lei.
«Sì, è stato un anno pieno di soddisfazioni. L’ultima proprio questo premio che mi ripaga dei sacrifici. E’ un onore per me succedere nell’albo d’oro a calciatori del calibro di Lapadula e Mammarella».
Ora comincia a non essere più (soltanto) il figlio di Eusebio (allenatore del Sassuolo)...
«Io sono orgoglioso di essere il figlio di Eusebio, è sempre stato un esempio. Spero un giorno di fare meglio di lui in mezzo al campo».
Le pesa questo paragone?
«Solo in un periodo in cui giocavo nelle giovanili del Pescara. Qualcuno adombrava l’ipotesi che giocassi solo perché ero il figlio di... Per il resto no. Anzi per me è uno stimolo. Sono dell’avviso che si possa sempre migliorare attraverso il lavoro e il sacrificio».
Quanto ha inciso nella sua crescita?
«Calcisticamente parlando è stato sempre discreto. Non un padre assillante. Mi ha sempre raccomandato di andare al campo per divertirmi».
In pratica è cresciuto a pane e calcio.
«Sin da quando avevo quattro anni. Poi, seguendo la famiglia in giro per l’Italia con gli spostamenti di papà, ho cambiato diverse squadre, ma la passione è rimasta intatta. Fatta eccezione per una parentesi: avevo 10 anni e misi da parte il calcio per il tennis. Ma è durata qualche mese, poi sono tornato al calcio».
Quali sono gli allenatori che hanno inciso sul suo percorso?
«In primis Bucchi, nella Primavera del Pescara. E poi Marco Giampaolo nella Cremonese, in Lega Pro, tre anni fa. Senza dimenticare Roberto D’Aversa che mi ha dato fiducia a Lanciano nella passata stagione».
Dalla Cremonese al Bologna, dalla Lega Pro alla serie A, passando per la B di Lanciano.
«Beh, ogni volta ho accusato il colpo del salto di categoria, almeno all’inizio. Però, poi è andata bene. Cerco di essere sempre un professionista serio, metto attenzione nell’alimentazione e nei comportamenti della vita di tutti i giorni. Sono molto meticoloso».
Nell’estate del 2014 il Pescara l’ha abbandonata al Parma, rinunciando a presentare l’offerta alle buste.
«Evidentemente non ero pronto. Ma non nutro rancore. Diciamo che c’è stato un pizzico di delusione, ma poi mi sono rimboccato le maniche ed eccomi qui. Probabilmente, se le cose fossero andare diversamente oggi non sarei al Bologna. Io cerco di prendere sempre il buono, anche dalle situazioni meno favorevoli».
Esterno d’attacco o mezzala?
«Esterno d’attacco è meglio. Ho la fortuna di avere mister Donadoni che è foriero di consigli dall’alto della sua esperienza maturata sul campo».
Bologna-Sassuolo nell’ottobre scorso, il figlio contro il papà.
«E’ stata una bella esperienza. La settimana precedente ci eravamo visti a una cena di famiglia con papà. Lui mi disse: “Vedrai che non mi parlerai dopo la partita”. La stessa cosa gliela dissi anch’io. Poi, la partita. Quando sono passato davanti alla sua panchina ho fatto finta di non vederlo. Poi, alla fine ci siamo abbracciati. E’ stato bellissimo».
Scusi, ma la mamma?
«La mia è speciale. Approfitto dell’occasione per dirglielo, visto che raramente mi è capitata l’occasione per esternarle questo pensiero. E’ speciale perché papà spesso è stato fuori per lavoro e lei ha cresciuto me e i miei fratelli all’insegna dell’armonia e dell’amore. Non finirò mai di ringraziarla».
Per chi ha tifato in occasione di Bologna-Sassuolo?
«Non lo so, non parliamo di calcio. Se ne interessa poco. Sarà venuta due-tre volte a vedermi giocare. Comunque, visto che è finita in parità sarà stata contenta più di tutti».
In serie A qual è stato il difensore che l’ha messo più in difficoltà?
«Koulibaly del Napoli. Fisicamente è imponente, ma è anche molto veloce».
Che cosa chiede al 2017?
«Di fare meglio. Io lavoro sempre per migliorarmi. A Bologna mi trovo benissimo, in campo e fuori. E comunque essere in serie A non significa essere un giocatore di serie A. Devo dimostrare il mio valore».
Messi o Ronaldo? Chi preferisce?
«Dico Ronaldo perché al talento naturale ha abbinato lavoro e voglia di migliorarsi».
Il sogno nel cassetto?
«La Nazionale maggiore».
@roccocoletti1
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