Di Giuseppe: al calcio chiedo un’altra occasione

«Tra un anno finisce la squalifica, vorrei rientrare nel mio mondo»
ROSETO. E adesso parla Marcello Di Giuseppe. Non è tipo da clamorose rivelazioni il direttore sportivo rosetano squalificato per quattro anni per il caso Savona-Teramo. Tre scontati, ne manca uno per riemergere dal cono d’ombra. Ma ha voglia di parlare di calcio, perché è il suo mondo, quello in cui intende tornare nel 2019. La giustizia sportiva l’ha condannato per illecito, ma quella penale non ha ancora prodotto nemmeno un processo nel quale chiarire la propria posizione. Di Giuseppe ha il desiderio di mettersi alle spalle i ricordi che, inevitabilmente, riaffiorano. Vuole togliersi l’etichetta appiccicata da una vicenda che ne ha bloccato l’ascesa. Era il ds del Teramo appena promosso in B, era sulla cresta dell’onda. Poi, di colpo, il precipizio.
Di Giuseppe, a distanza di tre anni dal caso Savona-Teramo, come si sente?
«Bene, nel senso che ho avuto tempo per pesare e realizzare il contesto in cui si sono sviluppati gli avvenimenti. Diciamo che ho avuto tempo per capire».
Che cosa è realmente accaduto?
«C’è un’inchiesta penale (trasferita a Savona, ndr) ancora da chiudere. E quindi è meglio attendere il corso della giustizia. Spero che chiarisca fino in fondo la mia posizione».
Quattro anni di squalifica di cui tre scontati. Che cosa farà quando terminerà l’inibizione?
«Vorrei tornare nel calcio, è il mio mondo, è il mio lavoro e penso di meritare un’altra possibilità per quanto di buono ho fatto in precedenza».
Con quali occhi vede ora il calcio?
«Sono uguali, anche se mi rendo conto che il nostro mondo cambia. Ho girato tanto e visto molte partite per tenermi aggiornato. Gli occhi sono quelli di sempre, quelli di un direttore sportivo».
Che cosa le ha insegnato il caso Savona-Teramo?
«Che si può fare anche a meno del telefono. E che bisogna conoscere bene gli interlocutori che hai di fronte. A volte è meglio non rispondere a una chiamata di chi non conosci, perché potresti ritrovarti, inconsapevolmente, in contesti che non ti appartengono».
Quali ripercussioni ha avuto quella storia sulla sua vita?
«Mi ha tolto il lavoro. Mi ha condizionato il rapporto con la famiglia, perché siamo stati travolti mediaticamente. Poi, chiaramente, la vita va avanti. E mi sono goduto di più i miei cari e in particolare mio figlio».
Come sono i suoi rapporti con il presidente del Teramo Campitelli?
«Buoni».
C’è anche stata una collaborazione in questo periodo.
«Un rapporto di collaborazione non tecnico. Un paio di mesi, forse è stato un errore».
Il calcio lo ha emarginato?
«Tanta gente mi è rimasta vicina, alcuni hanno girato le spalle. Ma ci sta. Quando sei sulla cresta dell’onda tutti ti cercano, poi se hai dei problemi... Personalmente, ho cercato di continuare a coltivare certe amicizie».
Chi le è rimasto più vicino?
«Carlo Di Renzo e Carlo D’Ugo».
Lei ha scoperto Lapadula.
«Diciamo che l’ho portato io in Abruzzo. C’è un bel rapporto con Gianluca. Ho visto tante partite sue in questi anni, è un ragazzo eccezionale. C’è un’amicizia vera che ha coinvolto anche le famiglie. E il suo procuratore Gianluca Libertazzi».
Ripensando a quei mesi dell’estate 2015 che cosa le viene in mente?
«Un gran frastuono nella testa. Non ero abituato a certe cose, poi con il tempo capisci e riesci a leggere determinate situazioni».
Lei è stato quattro anni a Teramo.
«Siamo passati dalla serie D alla B. Abbiamo costruito qualcosa di bello e importante con la società».
Che cosa sarebbe accaduto senza il caso Savona-Teramo?
«Saremmo andati in serie A, ne sono convinto perché c’erano tutti i presupposti. Avevamo Donnarumma e Lapadula e stavamo trattando Iemmello e Inglese. Non mi ci faccia pensare...».
Chi le ha voltato le spalle?
«Magari a questa domanda risponderò tra un anno, quando sarà finita la squalifica».
Ha più visto o sentito Ercole Di Nicola?
«No, non c’è stata occasione».
La serie C è così malfamata?
«Non è una fogna, ma una palestra per chi vuole fare calcio e valorizzare i giovani. Bisogna saper fare calcio per resistere in serie C, perché ci sono meno soldi e quindi meno margini di errore».
La prima cosa che deve fare un ds?
«Capire di calcio, certo. Ma soprattutto sapersi assumere delle responsabilità».
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