Ecco il mondo di Baez: «Io, papà e il Pescara»

L’attaccante figlio d’arte: «Volevo più spazio, ora salviamoci»
PESCARA. In Uruguay lo paragonavano a Luis Suarez del Barcellona. Jaime Baez, attaccante del Pescara, è figlio d’arte. Suo padre, Enrique Baez, ex attaccante del Wanderers e del Nacional, vinse la coppa America nel 1987 in Argentina battendo in semifinale le Selecciòn di Maradona. Ora tocca a lui ricalcare le orme del papà. L’attaccante del Pescara è arrivato in Italia 3 anni fa, quando fu acquistato dalla Fiorentina per 2 milioni di euro. Cresciuto nel Las Piedras, ha giocato con lo Juventus e Defensor debuttando a 17 anni nella A uruguaiana.
Baez, ci racconti la sua storia.
«Sono arrivato a 20 anni, ma alla Fiorentina non ho mai avuto molto spazio con Paulo Sosa, prima, e con Pioli poi. Sono stato in prestito a Livorno, poi allo Spezia e, adesso, a Pescara. Pensavo di avere una carriera diversa qui in Italia. Per noi uruguaiani è un sogno giocare in Italia».
Si aspettava una stagione diversa anche in biancazzurro?
«Sì, pensavo di avere più spazio in un club così blasonato. Mi sarebbe piaciuto giocare di più, ma sono felice della scelta fatta. Per me, finora, non è stata una stagione esaltante perché non ho giocato tanto come speravo e l’annata non è stata positiva per tutti».
Se l’aspettava di disputare una stagione così dura?
«No, ma è stata dura perché il pensiero di tutti era quello di lottare per andare in A e, poi, dopo quello che è successo, dobbiamo lavorare per non retrocedere».
Cosa è accaduto?
«Inutile pensare al passato, cerchiamo di fare i punti per la salvezza il prima possibile».
La gara con la Ternana è alle porte…
«Per noi è una finale. Dobbiamo dare il massimo in una gara durissima. È uno scontro diretto e vogliamo fare bene».
La salvezza è alla portata?
«Certo e dobbiamo centrarla il primo possibile».
Enrique Baez, ex attaccante della Nazionale uruguaiana con la quale vinse la coppa America nel 1987, lo conosce?
«È mio padre (sorride). Mi ha aiutato tanto nella crescita professionale e grazie a lui che, fin da bambino, ho avuto sempre come obiettivo di diventare un calciatore».
Fuori dal calcio fa?
«Sto studiando. Seguo un corso on line che rilascia un diploma da consulente finanziario. Mi è sempre piaciuto studiare e dopo la fine della carriera non si sa cosa può accadere. Ho finito la scuola in Uruguay, mi sono diplomato, ma non ho fatto l’università. Mi sarebbe piaciuto diventare un fisioterapista»
Il suo idolo è un certo Luis Suarez, vero?
«Sì e da ragazzino, nell’under 20 uruguaiana, mi paragonavano a lui perché giocavo prima punta, nel suo stesso ruolo».
Anche lei, come i suoi connazionali, ama bere il mate.
«Sì, certo, per noi è una cultura. In Uruguay sin da piccolo vedi persone bere questo infuso e inizi a farlo anche tu. A me piace tanto e mi manca se non lo bevo. Crea dipendenza e, da quando sono in Italia, compro le erbe su internet. Lo bevo prima e dopo l’allenamento. È un vizio».
Uruguaiano, ma con sangue italiano.
«Sono nato a Montevideo, ma mio nonno materno era di Salerno».
Lei alla Fiorentina è stato compagno del compianto Davide Astori. Cosa ha pensato la mattina di quel 4 marzo?
«Non ci credevo, ho telefonato a Cristoforo (centrocampista della Fiorentina, ndr) che, purtroppo, mi ha confermato la sua morte. E’ stato davvero brutto. Astori ha sempre aiutato noi giovani e ci dava consigli fuori e dentro al campo».
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