Francavilla al Meazza, che notte

Prima la B sfiorata, poi la sfida di coppa coi fischi a Nobili per un fallo su Rummenigge
FRANCAVILLA. Che notte, quella notte! Un senso di nostalgia pervade nel ripensare a quell’Inter-Francavilla 3-1 di coppa Italia. Il prossimo 29 agosto saranno trascorsi 35 anni dal punto più alto del calcio francavillese, ridotto oggi alla dimensione di Prima categoria. A quei tempi, invece, militava in C1 e al timone c’era il compianto Emidio Luciani (in società con il fratello Sergio), costruttore edile che alle fortune imprenditoriali aveva affiancato quelle nel calcio. E nel 1984 il Francavilla chiuse il campionato di C1 al terzo dietro a Bari e Taranto. Con mille rimpianti per una promozione sfuggita all’ultima curva per colpa di quel pareggio (2-2) a Terni e per l’unica sconfitta nel girone di ritorno a Foligno che poi alla fine retrocesse. Dodici anni prima, quindi, il Francavilla è andato vicino all’impresa che poi il Castel di Sangro ha realizzato nel 1996.
Quella cavalcata aveva lasciato in eredità la qualificazione alla coppa Italia dei grandi. Era ancora il calcio dei due punti a vittoria. Erano i tempi della Prima Repubblica e della Dc. In Abruzzo regnava il Gasparismo.
E sulla panchina del Francavilla Luciani aveva chiamato Lamberto Leonardi, romano con un passato da calciatore in serie A, mentre il ds era il compianto Carmine Rodomonti, teramano. In estate al sorteggio dei gironi di coppa ecco la sorpresa: giallorossi nel girone dell’Inter con Spal, Pisa, Avellino e Bologna. Il calendario aveva fissato lo scontro diretto con la squadra di Castagner a Milano. Poco male, vuoi per lo scenario suggestivo vuoi perché c’era la possibilità di portarsi a casa un bell’incasso. E poi quella era l’estate di Karl-Heinz Rummenigge che il presidente nerazzurro Ernesto Pellegrini aveva acquistato dal Bayern Monaco per 8,5 miliardi. Di lire ovviamente. Il colpo della sessione di mercato. E la prima del tedesco con la maglia della Beneamata era proprio in quell’Inter-Francavilla di coppa. Ecco perché quella sera c’erano almeno 50.000 spettatori al Meazza. Circa 500 da Francavilla con auto e pullman.
«Tutte le persone che incontro e mi parlano di papà», racconta Mariacristina Luciani, figlia di Emidio, «si emozionano ricordando quella serata a San Siro».
«Feci un normale fallo di gioco su Rummenigge», ricorda Bruno Nobili, «e il tedesco preferì uscire in via precauzionale dal campo. Da quel momento, per tutta la partita, ogni volta che toccavo palla partiva una bordata di fischi da parte dei tifosi nerazzurri».
La mobilitazione. In quei giorni i quotidiani sportivi si erano divertiti a calcolare la posizione che avrebbe occupato la popolazione di Francavilla, poco meno di 20.000, all’interno della Scala del calcio. Un evento per la cittadina adriatica in piena estate, un premio per i giallorossi che la stagione precedente avevano disputato un gran campionato. «Ci fu una sorta di mobilitazione generale», racconta Roberto Angelucci, all’epoca assessore allo sport del Comune, «una carovana giallorossa lungo l’autostrada. Ci riunimmo tutti alla stazione di servizio prima di Milano. E poi allo stadio con altri francavillesi che erano a Milano». E a San Siro prima della partita una piccola cerimonia. «Sì, uno scambio di doni con il presidente dell’Inter Ernesto Pellegrini e il nostro Emidio Luciani». In campo, ovviamente, non ci fu storia: successo dell’Inter per 3-1. «Ricordo Mauro Mosconi che dopo cinque minuti sulla finta di Altobelli resta impietrito a terra, si fa male e poi è costretto a uscire», sorride Massimo Marchini, all’epoca terzino oggi imprenditore a Prato. «E ricordo anche Rummenigge, aveva delle gambe davvero grosse. Tanta roba».
Gli aneddoti. Chi di quella sera rammenta tutto o quasi è Fulvio D’Adderio, l’ala originaria di San Martino in Pensilis trapiantata a Roma che ancora oggi allena tra serie C e D. «Abbiamo vissuto quella trasferta come un momento di estasi», racconta l’ex ala giallorossa, «al mattino andammo in piazza Duomo. Poi, sotto le gallerie. E alla sera a San Siro». D’Adderio tira un sospiro di sollievo e riprende: «Dopo qualche minuto andai a battere un calcio d’angolo. E mentre mi avvicino alla bandierina mi sento chiamare dagli spalti per nome. Alzai lo sguardo mentre sistemavo il pallone. “Sono Domenico, Fulvio sono Domenico”. Era un mio compaesano di San Martino in Pensilis, in Molise, stabilitosi a Milano. Era venuto allo stadio per vedermi all’opera. Abbozzai un saluto e calciai il pallone». Curiosità e aneddoti di una notte magica. Un lascito di un calcio che non c’è più. «Era tanta la tensione e l’emozione», secondo il bomber Marco Rossi, «che mi feci male subito. Un infortunio muscolare, colpa dello stress nervoso, e venni sostituito. Ero un ragazzo, ero alla prima esperienza fuori di casa. E con il Francavilla andammo a sfidare l’Inter, qualcosa di incredibile».
Il falso storico. Il tabellino di quella partita riporta la sostituzione di Pierleoni con Peveri, un falso storico. «Sì, perché io», sostiene Gigi Pierleoni, ex difensore di Celano stabilitosi a Teramo dove allena le giovanili della Bonolis, «rientrai nel secondo tempo con un’altra maglia, da qui la confusione. A restare negli spogliatoi fu Mosconi che si era fatto male dopo una finta di Altobelli. Io giocai tutti i 90’: nel primo tempo marcai Rummenigge e nel secondo Altobelli. Ebbene, potrò sempre dire che nessuno dei due mi fece gol. Una bella soddisfazione che resiste a distanza di anni. No, non me la feci sotto per l’emozione, perché avevo già giocato di fronte a decine di migliaia di persone e in campo ero un tipo piuttosto pratico e sbrigativo. Facevo il marcatore e conoscevo i segreti del mestiere».
Marco Ciannavei quella sera era in panchina. «Ero appena arrivato a Francavilla. Avevo 20 anni. In quella stagione (chiusa con la retrocessione in C2, ndr) giocai sempre, dall’inizio o entrando a partita iniziata, tranne quella sera. Doveva essere un premio per quei ragazzi che si erano conquistati quell’appuntamento storico». «Proprio per questo motivo», gli fa eco Massimo Marchini, «non capii mai perché mister Leonardi fece giocare dall’inizio Mosconi e Bianchi che erano appena arrivati...».
Nessuno a fine partita riuscì a strappare ai nerazzurri la maglia per un ricordo. «Mi avvicinai a Ferri», ricorda Marco Ciannavei, «avevamo un amico in comune, ma lui nemmeno mi si filò...». A distanza di 35 anni quella notte è ancora storia.
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