Gravina: fuori dalla crisi superando il campanile

«Servono squadre di comprensorio per non disperdere le risorse»
PESCARA. L’osservatorio è di quelli privilegiati. La crisi dello sport abruzzese vista da Firenze, dalla sede della Lega Pro, dove Gabriele Gravina è seduto sulla poltrona di presidente. L’osservatorio è privilegiato anche perché Gravina è un imprenditore che ha fatto calcio – ricordate il miracolo Castel di Sangro in serie B del 1996? – ed è un manager al quale i presidenti hanno chiesto di rilanciare la serie C. Il declino del movimento sportivo regionale non gli sfugge, anzi va oltre.
Esiste un’emergenza sportiva in Abruzzo?
«La crisi c’è, è sotto gli occhi di tutti. Nel mondo dello sport, e in particolare nel calcio. E’ collegata a quella culturale prim’ancora che economica. Manca un approccio costruttivo alla materia. C’è bisogno di una rivoluzione culturale più che una riforma dei campionati. Un nuovo umanesimo sportivo. La capacità di posizionare il proprio prodotto sul mercato globale».
Come se ne esce?
«Smontando il paradigma della ricchezza».
Siamo più chiari.
«Nel calcio la Lega di A cerca di vendere i suoi diritti televisivi, ma il prodotto così da solo non ha il valore che potrebbe avere in un sistema integrato. Mi spiego meglio: se vendi solo la serie A puoi chiedere una cifra, se vendi tutto il calcio italiano puoi ottenere molto di più. E il calcio italiano è appetibile se coordinato, se innesca un processo di crescita che riguarda tutte le sue componenti. Da soli non si va da nessuna parte».
In termini pratici?
«Guardi i ricavi della Premier sul mercato dei diritti televisivi. Guardi quanto garantisce ai singoli club. La Juve che da sei anni vince lo scudetto incassa dai diritti televisivi quanto una provinciale qualsiasi in Inghilterra. Bisogna far crescere il sistema per aumentare la ricchezza. Chiaro così?».
Sistema integrato da costruire come?
«Con un accordo tra le tre leghe, ad esempio. Un accordo che assegna a ognuna una mission per far crescere il sistema. Academy, seconde squadre e altro ancora per dare nuova linfa al calcio».
Tornando all’Abruzzo.
«Lo scotto della crisi economica è tremendo, vale in tutte le discipline sportive».
Perché gli sponsor sono in fuga?
«Spesso prevale la paura di legarsi a un mondo che non è stabile. C’è il rischio di collegare il proprio brand a un mondo che ti può infangare da un momento all’altro. Basta uno scandalo qualsiasi per inficiare l’immagine di un’azienda, perché rischiare?».
E quindi?
«C’è un sistema di regole che non è credibile agli occhi del mondo degli imprenditori».
Fino agli anni Novanta c’erano i presidenti-mecenati, quelli che riversavano sulle realtà sportive parte dei loro guadagni.
«Sì, ma è superato dalla crisi economica generale. Non esiste più, perché sono cambiate le regole. All’epoca i presidenti avevano un reddito diretto e indiretto; avevano un ritorno di immagine e spesso ci scappava anche qualche appalto in cambio della gestione della società sportiva. Oggi discorsi del genere sono banditi».
Altro problema: gli imprenditori diventano presidenti e spesso finiscono per fare anche i manager, mischiando i ruoli.
«Benissimo, ma non confondiamo i ruoli. Il presidente ha il diritto-dovere di amministrare la propria azienda, anche quella di calcio. Il problema è quando vuole fare anche il direttore sportivo o, peggio ancora, l’allenatore. Ai miei tempi gestivo io la società, ma le scelte tecniche erano di pertinenza del ds e dell’allenatore che ne rispondevano alla proprietà a fine campionato. Oggi, mi rendo conto, invece, che i presidenti a volte finiscono per mettersi nelle mani dei procuratori. E, credetemi, è un suicidio».
La fotografia dell’Abruzzo qual è?
«C’è una realtà che fa da traino, mi riferisco al Pescara. Ha trovato una stabilità societaria, deve migliorare la sua visione programmatica e di prospettiva. E’ inutile pretendere di più di quello che si può ottenere. Il miglior risultato è la stabilità economica e societaria, perché è quella che garantisce l’esistenza del calcio a certi livelli con continuità. Puoi anche finire in serie A, ma se non hai forza e programmi rischi di farti male fino a scomparire. Poi, c’è il Teramo in Lega Pro aggrappato ai grossi sacrifici personali di una sola persona (Campitelli, ndr). Per il resto, il deserto a livello professionistico. Ci sono tante realtà che non riescono a riemergere dopo aver assaporato calcio a certi livelli».
Quindi?
«Bisognerebbe lanciare un progetto di uniformità e aggregazione».
Si spieghi meglio in termini pratici.
«Faccio un esempio. Nella Valle Peligna c’è il Sulmona in Promozione, il Pratola Peligna in serie D che, però, dovrà giocare a Sulmona perché non ha un campo omologato. In più, attorno, ci sono altre squadre tra Promozione e Prima categoria. Se tutte queste unissero le forze per creare una realtà che rappresenti il comprensorio nel raggio di venti-trenta chilometri ecco che si potrebbe costruire un qualcosa di più solido, fermo restando il singolo sviluppo del settore giovanile. Oggi, tanto per essere più chiaro, il campanile rischia di essere un freno allo sviluppo. Bisogna superare questa logica se si vuole essere competitivi».
La sua è l’unica Lega professionistica con una governante. A e B sono ancora alla ricerca di un presidente.
«La nostra è l’unica lega professionistica che funziona e che aggrega tutti i presidenti. Resiste agli attacchi esterni e lancia idee di innovazione. La A e la B senza una governante è un grosso problema, un limite per lo sviluppo del sistema».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

