Iachini: quel gol alla Juve la mia gioia più grande

8 Dicembre 2014

«Giocare al Ferraris con il Genoa che emozione! E quando segnai a Zoff...»

di Rocco Coletti

Dai campi della serie A a quelli dei settori giovanili romagnoli. Pasquale Iachini, 59 anni da Sant'Omero, si è stabilito da tempo a Riccione. Galeotto fu un torneo di calcio estivo che gli ha fatto conoscere Cristina, quella che è diventata la sua signora. Era un centrocampista, abile tecnicamente e negli inserimenti, Pasquale Iachini. 150 presenze in serie A, in attività dal 1975 al 1991.

. Scusi Iachini, riesce a descriversi?

«Un giocatore duttile, destro e sinistro. Mi piaceva fare gol. Oggi sarei un giocatore moderno, bravo nell'uno contro uno».

Tutto partì da Giulianova.

«Da Nereto esattamente. E' lì che mi ha scovato Nicola Tribuiani _ credetemi, un mago con i giovani! _ per portarmi in giallorosso. Ho fatto Allievi e Juniores, vincendo lo scudetto nel 1972. Era una grande squadra quel Giulianova: io, Di Michele, Cosenza e Tancredi, tra gli altri. Ricordo una finale regionale giovanile. Quella squadra diede talmente tanto spettacolo che alla fine della partita l'arbitro ha voluto l'autografo sul pallone da parte di tutti i giocatori del Giulianova».

A Giulianova ha esordito in serie C.

«E' stato Fabbri a darmi fiducia, credo sia stata ben ripagata».

Da Giulianova a Como, in serie A.

«Il grande salto. C'era anche Bonaldi di Celano con noi. Un anno in A e due in B. Ho avuto per due stagioni Bagnoli, gran brava persona oltre che grande allenatore. A metà di quei tre anni mi sono fatto male, mi sono rotto una gamba. Sono dovuto ripartire daccapo».

Ed è passato al Brescia, nel 1978.

«Due anni in B e uno in A. Lì ho trovato l'allenatore che mi ha segnato, Gigi Simoni. Mi ha tirato fuori la personalità, facendomi rendere al massimo. Diciamo che mi ha voluto troppo bene…».

In che senso?

«Era il 1981 e dovevo passare dal Brescia alla Roma. Mi voleva Liedholm, era tutto fatto. Simoni da Brescia era passato al Genoa. E la Roma stava prendendo Nela dal Genoa. Simoni si impuntò: “Via Nela, ma voglio Iachini”. E così a Roma sono stato solo di passaggio. Se solo mi avesse voluto un po' meno bene…».

A Genova è stato bene.

«Benissimo. C'erano Onofri e Claudio Sala. Giocare al Ferraris è una libidine. Genova è la città più meridionale del settentrione. Se vai bene ti osannano; se vai male è l'inferno calcistico. C'è tanta pressione».

Ancora serie A, a Firenze.

«Mi ha voluto De Sisti, a tutti i costi. I Pontello mi pagarono 1,8 miliardi di vecchie lire. In quella Fiorentina c'erano Passarella, Bertoni, Antognoni, Galli in porta e Oriali».

Com'era Passarella?

«Un tipo che si faceva rispettare, in campo e nello spogliatoio. Non era alto, ma nel gioco aereo faceva valere il suo tempismo. E poi calciava divinamente per essere un difensore».

Da lì a Trieste.

«In serie B. In pratica, la fase discendente della mia carriera. Ho chiuso a 36 anni con il Riccione in serie C».

Con chi è rimasto in contatto?

«Con Antognoni, il migliore con cui ho giocato, mi sento spesso; con De Biasi ho vissuto nello stesso appartamento a Brescia e ogni tanto parliamo».

Era un altro calcio?

«Era un calcio naturale, oggi è un po' artefatto a beneficio dei soldi e delle televisioni. Una volta si firmava un contratto con una stretta di mano, una volta esistevano le bandiere. Oggi…».

L'allenatore a cui è più legato?

«Gigi Simoni, mi ha tirato fuori la personalità. Mi ha fatto crescere tanto».

Non è stato un tipo da litigi famosi?

«No, ma mi davano fastidio i simulatori».

Tra gli allenatori con chi non ha avuto feeling?

«Io ovunque ho sempre giocato. Di panchina ne ho fatta poca. E quando un calciatore gioca solitamente non ha e non dà problemi. Però, a Como ho vissuto un periodo difficile, e non solo per l'infortunio. C’era Gennaro Rambone, un napoletano. Non ci prendeo proprio. Urlava tanto. Faceva scenate, un incubo!».

Qual è il suo rimpianto?

«Di non essere nato qualche anno dopo. Avrei guadagnato tanto di più. Comunque, mi reputo un fortunato. Da Sant'Omero non era facile emergere eppure ci sono riuscito».

Tifoso?

«Certo, sempre stato interista. La prima stagione a Como ho giocato contro l'Inter di Mazzola, in casa. Abbiamo vinto 3-0. In pratica avevo realizzato il sogno della mia vita. Ero appena salito dalla serie C alla A e subito giocavo contro quelli che erano i miei idoli».

Oggi chi le piace?

«Berardi del Sassuolo, un bel talento. Mi ci rivedo per certi versi».

Il gol più bello?

«Alla Juve, naturalmente. Genoa-Juve 2-1, stagione 1982-83, il secondo gol. Una libidine. Scambio con Briaschi e ho beccato angolino di Zoff».

Quali sono le radici che conserva in Abruzzo?

«Ho una sorella a Tortoreto. Ho altri parenti in zona. Ogni tanto torno per ripassare il dialetto e salutare gli amici. Ce n'è uno, Di Pasquale, che ha un figlio che gioca nella Primavera del Pescara".

Come mai ha scelto di non allenare a certi livelli?

«Le potrei rispondere che non avevo più voglia di girare l'Italia…».

E invece?

«E, invece, la verità è che per certi mestieri devi essere portato. Devi prendere il treno giusto e salirci. Essere accondiscendente non rientra nelle mie caratteristiche. E' un mondo particolare, non mi ha mai affascinato. Con i ragazzi tutta la vita».

Dopo 150 partite in serie si vive di rendita?

«Me la sono cavata, sono stato parsimonioso. Da da dieci anni sono in pensione: 1.600 euro al mese».

Il calcio si è dimenticato di Iachini?

«Non credo. E comunque anche se fosse non è un problema. C’è gente che ne soffre, io no. E poi ogni tanto mi chiama qualcuno per ricordare i tempi che furono. Non mi piace molto apparire, sono uno po' schivo».

@roccocoletti1

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