Il calcio cambia ma sa sempre emozionare

11 Agosto 2018

Il radiocronista principe (in pensione) della Rai «Pay tv e tifosi, la corda si sta per spezzare»

PESCARA. Voce inconfondibile e popolare, competenza riconosciuta e signorilità affermata. Dal suo buen ritiro in Umbria, Riccardo Cucchi, voce della Rai per decenni, regala pillole di saggezza calcistica. Passione ed entusiasmo. Lui, la serie A e un mestiere, quello del giornalista, in evoluzione.
Riccardo Cucchi, davvero ci aspetta una serie A di gran lunga migliore?
«Sì, è una sensazione, perché si tratta per ora di calcio d’estate, ma la condivido. Vedo la Juventus come la squadra da battere, si è rinforzata non solo grazie all’arrivo di Cristiano Ronaldo. E poi ci sono le altre: penso all’Inter che ha preso dei giocatori di spessore. Al Napoli di Carlo Ancelotti; alla Roma e, perché no, al Milan che si sta rialzando con grandi giocatori».
Chi sarà l’anti-Juve?
«L’Inter, mi sembra la squadra più attrezzata per contrastare i campioni d’Italia».
Più in generale c’è il ritorno delle milanesi.
«Da appassionato dico finalmente e lo dico nell’interesse di tutti i tifosi. Più sono i protagonisti sulla scena e più crescono l’interesse e l’entusiasmo. L’assenza delle milanesi è stata sin troppo lunga, dovuta più che altro a vicissitudini societarie. Oggi gli assetti sono più stabili e, di conseguenza, le squadre più competitive».
Nella serie A a doppia velocità c’è chi sogna e chi, invece, è impelagato nelle aule di tribunale come il Chievo.
«È un elemento di tristezza in un’estate di grandi sogni, direi il segno del tempo. Oggi l’esercizio più complicato è coniugare l’equilibrio dei conti e la competitività degli organici. La doppia velocità è legata all’evolversi del mercato, all’incremento dei ricavi dei diritti televisivi. L’arrivo di nuovi capitali ha alzato il prezzo dei calciatori e le società meno attrezzate soffrono».
La mancata qualificazione a Russia 2018 ha insegnato qualcosa al calcio italiano?
«Io sono convinto che, al di là delle responsabilità dei dirigenti e del tecnico, c’è un elemento che ci deve far pensare, perché la crisi parte da molto lontano. A mio avviso, da Berlino 2006. Ci siamo seduti tutti sugli allori, dall’alto di quel successo inaspettato e straordinario. Non siamo stati in grado di mantenere viva l’energia positiva. È mancata la programmazione che è alla base di tutto. È venuta meno una generazione di campioni. Dopo Baggio, Del Piero e Totti c’è stato il vuoto a livello tecnico, perché il problema è prima di tutto tecnico. Oggi lo squarcio di sole che ci fa ben sperare è rappresentato dal serbatoio delle giovanili azzurre che sembrano ricche di talento. Ma, ripeto, la parola chiave a livello dirigenziale si chiama programmazione».
Si sta aprendo una nuova frontiera del calcio in televisione con l’arrivo di Dazn?
«Permettetemi di dire che sono scettico. Comprendo gli interessi della Lega calcio. Ma ho l’impressione che si stia commettendo un grave errore. Il calcio è un’industria anomala con una variante che si chiama passione. Se si tira troppo la corda con i tifosi si rischia di spezzarla. Senza passione il calcio non funziona. Siamo arrivati al punto che per vedere un’amichevole estiva bisogna pagare. Credo sia sconcertante».
Come è cambiato il modo di raccontare il calcio?
«Sono entrato in Rai nel 1979 e ho vissuto diversi momenti chiave. Dagli anni Ottanta-Novanta ad oggi il calcio si è evoluto, ha cambiato pelle. Da quello di Herrera, fino a Sacchi, passando per Zeman e Sarri. Oggi, anche alla luce di quanto visto ai Mondiali, si registra l’abbandono del palleggio per tornare alla difesa solida. Questa evoluzione porta anche a un modo nuovo di raccontare il calcio. Certo, a volte si esagera, non si rispetta fino in fondo l’occhio del telespettatore. A volte il racconto è eccessivamente enfatico. È importante essere mediatore dell’evento. Chi racconta non è protagonista, è l’evento che deve catalizzare l’attenzione».
Qual è stato il suo modello quando ha iniziato a fare le radiocronache?
«Io ho avuto la fortuna di essere un grande ascoltatore della radio, prima di entrare in Rai. Non solo di Nicolò Carosio, ma soprattutto di Enrico Ameri e di Sandro Ciotti che sono stati dei punti di riferimento prima da ascoltatore e poi da colleghi in Rai. Ogni giorno ho cercato di rubare un pezzo del loro mestiere. Il radiocronista perfetto è la sintesi dei due: Ameri con la sua voce ti portava nello stadio, mentre Ciotti aveva un dono di sintesi e di commento eccezionali».
Come si è evoluta la professione?
«Io sono preoccupato per i nuovi colleghi, perché il nostro ruolo sta diventando più difficile, forse marginale. Un tempo era più facile emergere per chi era bravo. Oggi i giornali a volte non mandano più gli inviati a seguire le partite, spesso le si commenta dalla televisione. Siamo prigionieri dei social. A volte il giornalista attende la notizia dal pc, più che andarsela a cercare. Non si consumano più le suole delle scarpe del cronista. Il sistema social assicura un flusso continuo e massiccio, spesso si ricorre al copia e incolla con il rischio di commettere errori. E così non va bene. Occorre andarsela a cercare la notizia per poi svilupparla, così si aumenta la qualità del prodotto che a mio avviso avrà sempre un suo perché nella giungla dei social».
Che cosa farà nella prossima stagione calcistica?
«Tornerò ad essere un radioascoltatore. Andrò allo stadio, ma questa volta senza ascoltare la mia voce. E non siederò in tribuna stampa, ma in mezzo alla gente, laddove si respira passione calcistica a pieni polmoni. Io ho chiuso con la Domenica Sportiva il 20 maggio scorso, sono uscito dalla Rai. Mi dedico alla scrittura e il 6 settembre uscirà il mio libro “Radiogol” (edizione Il saggiatore di Milano). Non è un’autobiografia, piuttosto racconti di straordinaria passione vissuta durante la mia carriera».
La radiocronaca più bella?
«La finale dei Mondiali, Berlino 2006. Prima di me solo Carosio e Ameri avevano gridato “Campioni del mondo” in radio. Non c’era riuscito nemmeno Ciotti a Pasadena nel 1994. È stato un orgoglio indicibile trasmettere quell’emozione unica. Tanta era la tensione che non ho dormito né la notte precedente alla finale, né quella successiva».
Come si prepara una bella radiocronaca?
«Se è bella o meno te lo dicono i tuoi capi o la gente alla radio. Io sono sempre critico nei miei confronti. Non c’è un modello precostituito, si prepara con l’esperienza accumulata negli anni. Non sono per le frasi fatte. Il racconto si deve adattare alla partita e ognuna riserva emozioni diverse. E un buon radiocronista deve essere bravo a trasmettere le emozioni».
Come telecronista chi le piace oggi?
«Non voglio fare torto a nessuno, ma dico che i miei modelli restano Nando Martellini e Bruno Pizzul. Personalmente, consiglio a chi fa questo mestiere una ripassatina delle loro telecronache, c’è sempre qualcosa da imparare».
Il suo legame con l’Abruzzo?
«Il Pescara di Galeone. Ho vissuto quegli anni meravigliosi. Mi ricordo quel gioiello straordinario che Galeone aveva costruito. Lui è un uomo di calcio e di cultura. Ha ragione Mourinho quando dice che chi sa solo di calcio, non sa di calcio. Con Galeone non ti annoi mai. Parli di tutto con lui».
E Zeman?
«Lui è stato artefice di un miracolo, ha allenato entrambe le squadre della Capitale senza essere mai odiato dagli avversari per via della rivalità cittadina. È un maestro di calcio, di certo meritava di più di quanto ha raccolto in termini di successi e di trofei. Gli sono mancati la grande squadra e un pizzico di fortuna».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA