IL NONLUOGO DEI GOL FALLITI

12 Giugno 2016

Assistere alla telecronaca di Albania vs. Svizzera in un bar insieme a decine di lavoratori albanesi emigrati in Italia - camerieri, cavatori di porfido, macellatori di animali - è una di quelle...

Assistere alla telecronaca di Albania vs. Svizzera in un bar insieme a decine di lavoratori albanesi emigrati in Italia - camerieri, cavatori di porfido, macellatori di animali - è una di quelle esperienze che lasciano il segno. Che raggiunge l’apice quando, ad una manciata di minuti dalla fine, lo skipetaro Gashi, solo davanti al portiere Sommer, fallisce l’occasione della vita. È in quel momento, quando l’urlo del gol dei tifosi albanesi si tramuta in un ruggito di desolata disperazione, che vorresti essere all’esterno dello stadio di Liverpool, sì, ad Anfield, e vorresti essere solo. Per avvicinarti alla statua di Bill Shankly, quella con il leggendario allenatore dei reds a braccia aperte, in segno di vittoria. Vorresti parlargli e sussurrare: «Bill, una volta ancora, ce ne fosse stato bisogno, abbiamo capito che la verità assoluta sul calcio l’hai detta tu, una volta per tutte. Sì, ce l’abbiamo ben chiara in testa. Dicesti: molti credono che il calcio sia una questione di vita o di morte, io non sono per niente d’accordo. Si tratta di una questione molto, molto più importante».

Oppure vorresti poterti permettere una telefonata, anche breve, con Marc Augé. Che diamine, il mondo mica è fatto solo di attaccanti, tifosi, allenatori, telecronisti, raccattapalle. Ci sono anche gli antropologi e gli etnologi. Lui è uno di questi. È conosciuto, eccome. Nel 1992 ha coniato un termine, nonluogo, oggi universalmente usato. Si riferisce a quei posti nei quali la gente si incrocia ma non si incontra. Stazioni, centri commerciali, sale d’aspetto, ascensori. E vorresti chiedergli degli stadi - e anche dei bar dove si va per assistere alle telecronache di una partita - per sapere come li definirebbe. C’è un motivo per tanto osare. Le edizioni Edb hanno appena dato alle stampe un libretto minuscolo minuscolo. Un testo pubblicato nel 1982 - in piedi: c’era l’Italia di Bearzot campione del mondo - in una rivista e ora trasformato in un testo che merita attenzione. Titolo: “Football. Il calcio come fenomeno religioso”. Affermava, 34 anni fa, il nostro: «Per la prima volta nella storia dell’umanità, a intervalli regolari e a orari fissi, milioni di individui si sistemano davanti al loro televisore domestico per assistere e, nel senso pieno del termine, partecipare alla celebrazione dello stesso rituale». Nello scorrere il testo, ecco fornitaci la risposta alla domanda di cui sopra. Che razza di luogo sono gli stadi? «Luoghi di senso, di controsenso e di non senso, simboli di speranza, di errore o di orrore, in cui si compiono ancora i grandi rituali moderni».

Di certo, ieri a Lens, si è compiuto soprattutto l’errore. Per una vita intera Moacir Barbosa, portiere del Brasile sconfitto dall’Uruguay nella finale del mondiale 1950, ha sopportato il disprezzo per il gol subito a causa di una sua (presunta) papera. Per Shkëlzen Gashi - ironia della sorte: svizzero naturalizzato albanese - imploriamo fin da ora perdono. Il calcio è o non è fenomeno religioso?

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