IL TATAMI DI PUTIN
Se non fosse stato un leader politico, probabilmente, Vladimir Putin avrebbe vissuto volentieri sul tatami: la sua passione per il judo gli ha fruttato l’ottavo dan, un titolo seniores e persino un...
Se non fosse stato un leader politico, probabilmente, Vladimir Putin avrebbe vissuto volentieri sul tatami: la sua passione per il judo gli ha fruttato l’ottavo dan, un titolo seniores e persino un libro, poi divenuto un film. Ogni due mesi va a trovare la nazionale guidata dal bresciano (con passaporto anche russo) Ezio Gamba: oro proprio a Mosca nel 1980 e argento a Los Angeles 4 anni dopo. Il tatami di Gamba si è salvato, in questi mesi, dalla bufera doping: toccare il judo russo sarebbe stata una mezza dichiarazione di guerra al capo del Cremlino, sostengono i complottisti, che interpretano in questo senso anche la linea soft della Wada nei confronti dei judoka russi positivi al Meldonium.
Che lo sport russo continui a essere un’arma politica, come ai tempi della guerra fredda, è fuori di dubbio: Mosca lo vede come una scorciatoia per riguadagnare una centralità sulla scena internazionale, con mezzi leciti e illeciti; i suoi nemici - a cominciare da Kiev, che ha vietato ai propri atleti ogni intervista ai media russi - cercano di evitarlo. Scene già viste a Sochi, nei Giochi invernali 2014, quando la cerimonia inaugurale fu boicottata da mezzo mondo, ma non dall’Italia. Presente Letta, si disse per non compromettere rapporti economici sulle forniture energetiche; critici i renziani, che all’epoca avevano appena scalato il partito e dicevano a Enrico di stare sereno.
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