«Io, D’Antoni e Jordan 50 anni dedicati al basket»

21 Gennaio 2015

Il play-guardia di Chieti racconta 15 anni e oltre 5.000 punti in serie A

CHIETI. Quindici anni in serie A dove ha messo a segno oltre 5.000 punti; due finali scudetto e una finale di coppa Korac. Una vita dedicata al basket: oggi Claudio Capone compie 50 anni. E domenica festeggerà l’evento con una passerella al PalaTricalle di Chieti dove scenderanno in campo gli amici con cui ha iniziato la carriera. Da quando ha iniziato, a 13 anni nella palestra della caserma Berardi, ad oggi non ha mai smesso. Nemmeno adesso che allena l’Intrepida Ortona (serie D). Una macchina da punti, play o guardia non fa differenza. Una vita con la palla a spicchi raccontata alla vigilia del 50° compleanno.

Capone, quanti punti ha messo a segno?

«Oltre 5.000 in serie A, sono tra i primi 50 migliori realizzatori della storia. In totale, però, sono oltre 10.000».

Ricorda come è partita la sua carriera?

«Da Chieti, ovviamente. Ho giocato con la Rodrigo, dalle giovanili fino alla prima squadra in serie B. Ricordo Mimmo Trivelli, uno a cui devo tanto. E nel 1985 c’è stato il salto di qualità».

Da Chieti a Caserta, la serie A.

«E’ arrivato il general manager Giancarlo Sarti a prendermi. Se non ricordo male sono stato pagato 500 milioni delle vecchie lire».

Due finali scudetto.

«Perse, purtroppo. Nelle stagioni 1985-86 e 1986-87. E poi la finale di coppa Korac persa contro il Banco di Roma».

E quattro promozioni.

«Desio, Arese, Montecatini e Avellino. Tutte in A1. Le più emozionanti sono state sicuramente quelle con Arese e Avellino. Ho segnato i canestri decisivi a pochi secondi dalla fine. Con Arese contro Cantù, un turo che mi ero preparato; con Avellino, a Jesi, invece, ho recuperato una palla a tre secondi dalla fine e ho tirato. Puro istinto, è andata bene. Ad Avellino sono ancora un idolo: “Tutta l’Italia deve sapere, segna Capone allo scadere” la canzone che mi hanno dedicato».

A 50 anni gioca ancora.

«E’ una questione mentale, la forza dell’abitudine. Passione allo stato puro. Mi piace, che cosa posso fare? Ho vinto anche tre Europei over 40 e due Mondiali over 45...».

Nel 2005 è tornato a Chieti.

«Una scelta di vita. Io sono un tipo umile. Non mi sono mai messo su un piedistallo, mi ci hanno sempre messo gli altri. Sono attaccato alle mie radici ed è anche per questo motivo che ho voluto festeggiare i 50 anni con gli amici con cui sono cresciuto. Avrei potuto invitare gente di serie A. Ma non mi sarei sentito me stesso. Io ricordo con nostalgia i tempi in cui si giocava tre contro tre alla Villa Comunale, al Sacro Cuore e nei vari seminari della città. Sono fatto così...».

Il momento più bello della carriera?

«Le due promozioni con Arese e Avellino».

E il più brutto?

«Due: quando mi feci male alla spalla ad Avellino nell’anno della promozione. E prim’ancora quando mi ritrovai a spasso dopo la promozione in A con Arese».

Il giocatore italiano più forte con cui ha giocato?

«Un nome? Dico Mario Boni. Ma potrei dire anche Nando Gentile. E comunque in carriera ho giocato con tutti i protagonisti dell’oro azzurro agli Europei di Nantes. Quindi, c’è l’imbarazzo della scelta».

E tra gli stranieri?

«Ho giocato con Oscar a Caserta, uno dei migliori in assoluto. Poi, dico Mike D’Antoni, l’ho marcato nelle finali scudetto contro Milano. E poi un certo... Michael Jordan. Ci giocai contro in un’amichevole in Valtellina. Roba da brividi solo a ripensarci».

La partita che non dimenticherà?

«Oltre a quelle delle promozioni, dico una con Arese, contro Cantù, quando ho messo a referto 35 punti, il top per me».

A 50 anni il bilancio della sua vita?

«Positivo. Non rimpiango nulla. Se guardo indietro mi sento vecchio, quindi ho sempre lo sguardo rivolto al futuro. Sul piano personale, ho avuto la fortuna di incontrare Alessandra la mia compagna. E poi ho due figli che mi danno felicità».

Con uno dei due ha anche giocato in campionato, qualche anno fa.

«Con Federico, a Ortona. Con la We’Re. Già, un’altra soddisfazione».

Scusi, ma dopo quindici anni in serie A si vive di rendita sul piano economico?

«Diciamo che si può vivere di rendita se ci si sa gestire».

Parliamo degli allenatori.

«Alberto Bucci e Tanjevic mi hanno dato tanto. E poi mi piace ricordare anche i compianti Dido Guerrieri e Gianfranco Benvenuti».

Qualcuno con cui non ha legato?

«Attilio Caja, a Roma, e Marcelletti, a Salerno. Mi hanno ferito perché non mi hanno mai dato la possibilità di mettermi in mostra».

Oggi che cosa fa?

«Sono rimasto nel mondo del basket. Alleno l’Intrepida Ortona in serie D. Lavoro con i giovani. E in questa stagione in alcune occasioni mi sono mandato in campo, visto che mancava gente».

Com’è cambiato il basket?

«E’ cambiato tanto. Io sono un nostalgico dello spirito da oratorio. Che si è smarrito nel tempo. Io sono uno di quelli che la notte restava sveglio per vedere le prime partite della Nba trasmesse in Italia. Vedevo Capodistria per ammirare Drazen Petrovic e tutti i talenti della scuola della ex Jugoslavia».

Pochi italiani in campo.

«Pochissimi. E questo è un limite del nostro movimento. E’ pazzesco vedere tanti stranieri in campo e non giovani italiani. Hanno bisogno di sbagliare e di acquisire fiducia giocando. Ma in Italia accade di rado...».

@roccocoletti1

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