«Io profeta in patria, anni magici a Pescara»

10 Aprile 2019

Perazzetti: che brividi se ripenso allo spareggio di Caserta nel 1986

PESCARA. Marcello Perazzetti è un pezzo di storia della pallacanestro abruzzese. Prima allenatore e oggi procuratore. A 68 anni sfoglia l’album dei ricordi per il Centro tornando indietro nel tempo. Aneddoti e curiosità, oltre a un’attenta analisi sul basket abruzzese e italiano. Anni e anni in giro per l’Italia. Soprattutto, l’orgoglio di aver scritto pagine memorabili dello sport pescarese.
Perazzetti, com’è cambiata la pallacanestro?
«Tanto. In primis le società, oggi sono professionistiche, mentre in passato erano dilettantistiche con tutto ciò che ne consegue. Poi, sono cambiati i regolamenti, a 20 anni i giocatori oggi si svincolano. Il ragazzo non è più un capitale della società, è solo un piccolo investimento che se va bene ti fa tornare il cosiddetto parametro. Questo ha inciso sullo sviluppo del settore giovanile, oggi non esiste più la possibilità di crescere un giocatore per farlo giocare nella tua squadra. Tutto questo ha portato, inevitabilmente, anche a una retrocessione dei risultati della Nazionale. Perché? Semplice, oggi il rastrellamento di un tempo non esiste più. Guardate i roster delle squadre di club, quanti italiani ci sono? Un tempo facevamo le finali di coppa Campioni con due stranieri soli, oggi…».
La città dove è stato meglio?
«Ferrara in primis, dopo Sassari. Ma ovunque conservo amici».
La stagione più bella?
«Tante, quelle di Pescara sopra a tutto, sia quelle con la maschile che con la femminile. Ricordo quello che avvenne nel 1987, nel nostro secondo anno di A2 maschile: Pescara aveva sette squadre in altrettante discipline in serie A. Erano anni magici per la città e per lo sport. E non è che a livello di impiantistica eravamo messi tanto meglio…».
Oggi invece?
«C’è un abbandono progressivo delle strutture pubbliche, non esiste che si paghino tariffe così alte per usufruire di impianti pubblici».
Lei è stato un pioniere nel settore femminile?
«Nel 1982 a Pescara, prima di andare via, il club aveva 150 ragazze tesserate nel settore giovanile, oggi tutto il movimento regionale non arriva a questo numero. Ho detto tutto».
Un ricordo di quei tempi?
«Nel 1981 l’inaugurazione del palazzetto di Pescara. Noi contro la Geas Milano di Mabel Bocchi in diretta su Rai 3. Impianto pieno, roba da far venire i brividi ancora adesso».
Il giocatore più forte che ha allenato?
«Bella lotta, devo fare più nomi. Ad esempio, Leon Douglas, ex Detroit Pistons e Kansas City Kings; Tony Zeno, ex Indiana Pacers; Irving Thomas, ex Lakers, Curcic, ex Maccabi Tel Aviv e Dallas Mavericks, in Nba. Tra gli italiani dico Vincenzo Esposito, il primo a giocare nella Nba».
L’allenatore-modello?
«Ho avuto la possibilità di confrontarmi con tanti maestri nel basket. Chi mi ha messo la palla in mano è stato Cesare Moscianese; poi, ricordo con piacere Riccardo Sales, Vittorio Tracuzzi, Dido Guerrieri e Tonino Zorzi».
La differenza tra maschile e femminile?
«Ora ce n’è di meno. Ai miei tempi la mentalità era diversa. Allora la femminile era più dilettantistica della maschile. Però, devo dire che le donne seguono di più rispetto ai maschi. Recepiscono di più e meglio. A livello psicologico c’è una sostanziale differenza: un uomo lo mandi a quel paese e il giorno dopo ci vai a prendere il caffè. Con le donne è diverso, non dimenticano. Se ripenso che ho fatto giocare Malì Pomilio in serie A a 14 anni…».
Oggi il basket in Abruzzo?
«Abbiamo vissuto un periodo buono con Teramo e Roseto in A. Secondo me, qualcosa sta rinascendo. A Chieti ho rivisto il palasport con tanta gente; Roseto ha fatto di necessità virtù con un’operazione (con la Stella Azzurra Roma, ndr) che sta dando risultati. Non avendo risorse, ha chiesto aiuto a una società amica che ha portato sponsor e giocatori. Per almeno due anni sta tranquillo. Oggi nel basket non è il problema salvarsi o retrocedere, bensì fallire o no. Il terrore oggi è capire quanti club l’anno prossimo faranno la A1. Ce ne sono tanti affogati di debiti».
Che cosa le è mancato?
«La A1 maschile, l’ho sfiorata due volte con Scafati e Sassari. Ma non l’ho mai fatta».
Qualche altro rimpianto? «Un paio di scelte sbagliate durante la carriera, ma sono contento. Anche perché sono stato profeta in patria, non è facile. Con la Facar facemmo retrocedere la Stefanel andando a vincere a Trieste contro la squadra di Bosha Tanjevic. Ci chiamavano marchigiani per tutta la partita. E così a fine partita andai in conferenza stampa e dissi: “Oggi i pastori d’Abruzzo hanno violato Trieste”. Che goduria».
Da allenatore a procuratore, un bel salto. Come mai?
«A un certo punto, ho preso atto che non avevo più soddisfazioni che pensavo di meritare, sia dal punto di vista tecnico che economico. Ho avuto un’offerta da Virginio Bernardi per entrare a far parte di uno staff di procuratori. E ho accettato. Oggi, quindi, rappresento giocatori e allenatori, sia nel settore maschile che femminile».
E che cosa ha notato?
«Ci sono meno soldi, rispetto al passato, anche rispetto alle altre nazioni. Basta vedere i risultati dei nostri club nelle coppe. Oggi certi giocatori ce li sogniamo. Milano ha un budget da 25 milioni, però non ha niente a che vedere con gli organici allestiti nel passato. E in Eurolega non entra nei play off».
Però, l’Italia si è qualificata al Mondiale?
«Bene, benissimo. Ma non dimentichiamo che la fase finale è stata allargata alla partecipazione di 32 squadre. Quindi, c’erano più posti. Un tempo li giocavamo da protagonisti, oggi siamo contenti di partecipare. Per non parlare delle Olimpiadi che guardiamo in televisione».
La prima cosa che farebbe se comandasse il mondo del basket?
«Aumentare i premi per chi fa reclutamento e poi fa giocare i prodotti del proprio settore giovanile. E poi sviluppare il basket al sud. Sotto Roma, tolto Brindisi, in serie A non c’è niente. Non è possibile che Napoli non esprima una realtà di serie A».
Un giocatore che oggi la entusiasma?
«Il nostro Giampaolo Ricci che sta a Cremona. E’ partito dalla B, si è conquistato la A. “Costretto” ad andare via per trovare chance importanti, è arrivato in nazionale, facendo un’evoluzione che non mi aspettavo. Non pensavo arrivasse così in alto».
Lei porterebbe gli azzurri che giocano in Nba ai Mondiali?
«Se si allenano con la nazionale perché no? Ma devono fare tutto con la Nazionale. Non so se sarà possibile».
La partita che le sta più a cuore?
«Il successo della Facar Pescara nello spareggio di Caserta, il 5 giugno 1986. Cagliari era più forte, ma noi siamo arrivati più preparati alla partita. Ricordo l’esodo dei tifosi, 2.400 pescaresi in trasferta per il basket. Una carovana di 24 pullman. Nemmeno fosse stata una partita di calcio. Mi vengono i brividi alla pelle solo a parlarne».
Allenatore e insegnante a scuola.
«Una volta ero alla media di San Valentino, nell’entroterra. Giocavamo il turno infrasettimanale a Reggio Calabria. Chiesi un giorno di permesso al preside; tornammo in pullman alle sette del mattino e subito dopo andai a scuola a fare lezione».
Tutto alla luce del sole.
«Credo di essere stato il primo allenatore a chiedere l’autorizzazione al Provveditorato per svolgere la doppia professione».
Ora?
«Giro sempre attorno alla palla a spicchi. Il basket è stato ed è la mia vita».
Che cosa le manca?
«Non mi manca tanto la panchina quanto la palestra, perché insegnare basket a giocatori e/o allenatori è sempre qualcosa che faccio con piacere quando qualcuno mi chiama... Anche gratis!».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA