«Io, Taccone e le corse La mia vita in volata»

5 Novembre 2017

Di Giuseppe si racconta: nato con la boxe, la bici il mio amore

PESCARA. È una vera istituzione nel mondo del ciclismo. Scopritore di giovani talenti, organizzatore di corse e punto di riferimento a livello dilettantistico e giovanile. Vulcanico, simpatico e lungimirante. Umberto Di Giuseppe, classe 1946, meglio conosciuto come Umbertone, per via della sua stazza imponente, è uno dei padri del mondo delle due ruote in Abruzzo e ha raccontato al Centro la sua quarantennale carriera a bordo della sua ammiraglia. Teramano di nascita, ma pescarese d’adozione, il dirigente dell’Aran Cucine ha aperto l’album di ricordi.
Di Giuseppe come è sbocciato l’amore per il ciclismo?
«Mi sono avvicinato a questo sport più di 40 anni fa, esattamente nel 1974. Avevo con la mia famiglia un hotel a Castelnuovo al Vomano, l’hotel Eden, che ospitava diverse squadre dilettantistiche della zona. Ero tifoso di Vito Taccone e il richiamo delle due ruote è stato fortissimo».
Direttore sportivo, patron, organizzatore di corse, dirigente, ma anche corridore?
«No, non ho mai corso in bicicletta. Da ragazzino ho fatto pugilato per un breve periodo, poi mia madre mise il divieto su questo sport. Era troppo pericoloso. Guardi il mio naso, ho ancora i segni di qualche combattimento».
Come è iniziata la sua carriera?
«La prima squadra si chiamava Edilcasa, che poi negli anni è diventata Aran. La dirigo anche adesso e mi sta dando tante soddisfazioni».
Quanti ciclisti ha lanciato?
«Parecchi. Palmiro Masciarelli, ma anche Andrea e Simone Masciarelli. Poi dico Luciano Rabottini, che ha vinto una Tirreno Adriatico in carriera, e il figlio Matteo. Roberto Caruso, Ivan Stevic, Alessandro Donati. Jay Handley è uno degli ultimi passati tra i professionisti che adesso farà parte della Sunweb di Tom Domoulin, che ha vinto l’ultimo Giro d’Italia».
Sempre al servizio dei giovani, perché?
«Ho sempre lavorato nel mondo dei dilettanti, non sono mai stato attratto dal professionismo anche se ho avuto diverse possibilità di entrarci. Nessun rimpianto perché nel professionismo c’è poca serietà e, quindi, preferisco rimanere nel mondo dei dilettanti che mi ha dato, mi sta dando e mi darà tante soddisfazioni».
I più forti che ha avuto alle sue dipendenze?
«Rabottini, Pica, Onesti e Di Federico, che, in periodi diversi, hanno fatto molto bene».
Lei è un talent scout riconosciuto a livello nazionale.
«Rispetto a 20 anni fa è più difficile lanciare i giovani. Ora sono distratti anche da altro, come dai soldi, l’immagine e la popolarità. Attualmente mancano poche risorse per i giovani. Non ci sono interessi in questo mondo e anche le istituzioni non stanno dando una mano. Si punta molto ai grandi eventi e vengono finanziate le manifestazioni internazionali, invece si dovrebbe puntare anche su corse minori».
Negli ultimi tempi quanto è cambiato il mondo delle due ruote?
«Tanto. Chi ammazza il ciclismo sono le squadre Pro Tour e le altre fanno fatica. Questa è la verità».
Oltre a scopritore di talenti, lei è passato alla storia per i tanti eventi organizzati, come, per esempio, il Giro d’Abruzzo.
«Bei tempi».
Nostalgia?
«Si. Il Giro d’Abruzzo è finito 10 anni fa perché non c’è stato il supporto delle istituzioni. Nessuno è profeta in patria… Personalmente sono stato in prima linea in 13 edizioni portando grandi profili internazionali e prospetti italiani che hanno fatto bene. Vi faccio un nome su tutti: Danilo Di Luca. Lui ha vinto la prima gara da professionista al Giro d’Abruzzo in una tappa con arrivo ad Atri. Anche Alessandro Spezialetti ha vinto la prima corsa da professionista al Giro d’Abruzzo, sempre ad Atri, e potrei fare tanti altri esempi. Oltre al Giro d‘Abruzzo ricordo con piacere La Settimana Tricolore del 2005, un altro grande altro evento che ho organizzato con uno sforzo economico importante visto che è costato quasi 750mila euro».
Quanti eventi ha diretto?
«In carriera ho organizzato oltre 150 manifestazioni»
Il Giro d’Italia l’anno scorso in Abruzzo ha riscosso successo e nel 2018 si replica con l’arrivo a Campo Imperatore. Un bel riconoscimento alla nostra regione, non crede?
«Il Giro d’Italia che arriva in Abruzzo è un bene per il territorio e per tutto il movimento, come è accaduto l’anno scorso e come accadrà nel 2018. Tutto bello, certo, ma che peccato non aver avuto nella passata edizione la nostra Nippo-Fantini al via della corsa Rosa. Spero che nella prossima edizione qualcosa cambi. Anche per il mio amico Valentino Sciotti, che, da ragazzo, è stato un mio corridore. Aveva i capelli lunghi e l’orecchino, parliamo degli anni 80. Un giorno gli dissi: “se non ti tagli i capelli e non togli quelle cose dalle orecchie resti a piedi”, il giorno dopo aveva eseguito gli ordini e gareggiò».
Dall’anno prossimo anche il Trofeo Matteotti, passato nelle mani di Daniele Sebastiani e Stefano Giuliani, cambierà veste e verrà rilanciato
«Sono felice che il Matteotti sia passato nelle mani di Sebastiani e Giuliani. È una corsa importante nel panorama nazionale e con la data del 23 settembre, con l’ultimo appuntamento pre mondiale, ci saranno tanti atleti importanti. Tuttavia per rilanciarlo bisogna creare degli eventi collaterali».
Cosa pensa del doping nel ciclismo?
«Purtroppo è una piaga, ma non solo nel ciclismo. Anche in tanti altri sport. Con me, però, i miei atleti sono sempre stati puliti. Il doping è un problema che non appartiene al mio mondo. Con me devono rigare dritto e non ammetto che la squadra venga inquinata da certe cose».
Oltre a Taccone, chi è uno dei suoi idoli?
«Pantani sicuramente è stato uno dei più forti degli ultimi tempi. Nel 1992 quando vinse il Giro d’Italia Dilettanti diciamo che la nostra squadra gli diede una mano...»
Dell’attuale panorama abruzzese a livello professionistico che giudizio si sente di esprimere?
«Abbiamo diversi profili interessanti. Dario Cataldo è il fiore all’occhiello del panorama attuale, ma confido molto in Giulio Ciccone e Giuseppe Fonzi. Ciccone ha già vinto al Giro, ma per andare avanti i nostri giovani devono per forza entrare in qualche squadra Pro Tour».
Ha un sogno nel cassetto?
«Prima di lasciare questo ambiente mi piacerebbe lanciare una squadra professionistica, poi potrò anche smettere. Voglio solo formarla e lanciarla, poi mi farò da parte. Non potrei dirigerla a modo mio».
Perchè?
«Voglio comandare. Pensi che non sono sposato proprio perché amo mantenere intatta la mia autonomia, come accade nella mia squadra».
Chi vincerà il Giro nel 2018?
«Sarà l’anno di Vincenzo Nibali, spero che tra Giro e Tour faccia qualcosa di molto importante».
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