Kanouté: vinco tutto poi penso ai bambini

«In Senegal c’è già una scuola calcio che porta il mio nome»
PESCARA. Kanouté, pronto per sostituire Brugman a Livorno?
«Sì, se Pillon deciderà di farmi giocare non mi farò trovare impreparato. Uno dei meriti del nostro allenatore è di tenere tutti “sul pezzo”, così chiunque scende in campo dà il massimo. Finora non ho avuto tante opportunità, anche a causa dell’infortunio (frattura della clavicola, ndr), ma ora sono guarito e mi sento in forma».
Il suo rapporto con Pillon?
«C’è un bel feeling. Mi dà tanti consigli, sento la sua fiducia. Se non gioco dall’inizio, spesso mi fa entrare e cerco di rendermi utile. Questo è il mio secondo campionato di serie B e mi auguro di fare il salto di qualità. So di ricoprire un ruolo delicato, devo restare concentrato, perché se perdo la palla in quella posizione si può creare una situazione di pericolo per la squadra».
Crede nella promozione in serie A?
«Sì, siamo un bel gruppo e abbiamo dimostrato di potercela giocare con tutti. Le avversarie più temibili sono Palermo, Benevento e Verona che hanno qualcosa in più in termini di esperienza, però i valori tecnici si equivalgono. C’è molto equilibrio in questa categoria».
Come si trova in Italia?
«All’inizio è stato difficile lasciare gli affetti, avevo solo sedici anni quando sono arrivato. Poi mi sono ambientato e tutto è diventato più facile. Ovviamente, mi manca la mia famiglia, in particolare mia madre che è la mia vita. Il giorno in cui le ho detto che volevo venire in Italia ci è rimasta malissimo. Non mi ha parlato per quattro mesi, poi pian piano ha capito che con il calcio mi sarei potuto affermare. Ciò che avrò in futuro sarà per lei, perché ha fatto tanti sacrifici per me».
L’arrivo e i tanti provini, tra i quali quello con il Napoli.
«Sì, mi sono allenato per un po’ con la Primavera e anche con la prima squadra allenata da Maurizio Sarri, un tipo molto particolare. Ricordo che fumava tantissimo, faceva le pause, prendeva un caffè e vai con la sigaretta. Ma a livello tattico è un maestro».
Con Zeman, invece, qualche incomprensione.
«Parlava poco e se facevi una buona gara non te lo diceva. Non è un allenatore che ama coccolare i calciatori, diciamo che non ci siamo presi e a gennaio sono andato all’Ascoli di Serse Cosmi, un grande motivatore. Però l’allenatore a cui mi sento più legato è Fabio Grosso, forse perché l’ho avuto per più tempo rispetto agli altri. Mi ha aiutato tanto, è come un padre per me. Dice in faccia quello che pensa e se si arrabbia dopo un po’ gli passa, non è una persona che porta rancore».
Il suo futuro?
«Ho tanti sogni. Mi piacerebbe vincere tanti titoli e magari giocare un giorno nel Barcellona, la squadra di cui sono tifoso sin da bambino, e indossare la maglia della Nazionale senegalese. Poi, in futuro vorrei aprire una scuola calcio nella mia città in Senegal per aiutare i tanti bambini che desiderano diventare calciatori. Tempo fa un mio amico ne ha inaugurata una chiamandola “Accademia Franck Kanouté”. Per me è un motivo di orgoglio».
Il caso-Koulibaly ha riacceso la spia del razzismo. Cosa pensa?
«Quando è stato squalificato gli ho mandato un messaggio. Kalidou è un amico, i fatti di Inter-Napoli sono stati spiacevoli. Quando giocavo nelle giovanili della Juve mi è capitato di sentire dalle tribune qualche offesa razzista. Sinceramente facevo finta di non sentirle. Per me chi offende per il colore della pelle è un ignorante e, soprattutto, un debole. A Pescara? No, no, mai, qui sono tutti molto accoglienti».
Chiusure dei porti e dei centri di accoglienza. Che idea si è fatto?
«Non seguo molto la politica, però so che ci sono persone che spendono 3.000 euro per il viaggio verso l’Europa. Non sanno che qui ci sono tantissimi ragazzi laureati che non riescono a trovare un lavoro. E se provi a dirlo in Senegal, ti rispondono così: «Sei cattivo, non vuoi che veniamo in Italia». Con quei soldi che spendono per il viaggio potrebbero aprire lì qualche piccola attività».
Oltre al calcio, musica e moda le sue passioni.
«Si, adoro il rap americano, il mio cantante preferito è Chris Brown. Ogni tanto vado in discoteca quando sono a Milano. Qui, invece, non esco quasi mai. A volte vado a mangiare in centro a Pescara, c’è un locale con cucina senegalese. Quando sono lì è una festa, mi vogliono bene e pago il pranzo a tutti».
Chiudiamo con una promessa?
«So a cosa si riferisce, devo prendere la patente di guida (ride, ndr). Ci ho provato l’anno scorso, poi ho lasciato perdere. Devo tornarci. Agli allenamenti mi porta Machìn, che abita vicino casa mia. Vi prometto che in caso di promozione in A festeggerò alla guida di un’automobile sventolando una bandiera biancazzurra».
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