L’ex solista CR7 meno “tartaruga” e tanta umanità

12 Luglio 2016

L’infortunio, la voglia di restare in campo, la rinuncia e poi il ritorno per fare l’allenatore aggiunto e guidare l’apoteosi

INVIATO A PARIGI. Ci sono storie che solo la realtà può scrivere, dove fantasia e immaginazione sono costrette ad inseguire. Prendiamo la finale dell’altra sera. Nemmeno uno sceneggiatore creativo o uno scrittore della beat generation sotto effetto degli allucinogeni avrebbero potuto scrivere una storia come quella andata in scena al Sant Denis.

Prima l’infortunio a Cristiano Ronaldo che estromette dalla finale il giocatore più forte del mondo, lui che sfida il suo dolore e mette a rischio la carriera pur di restare in campo, ma che poi finisce per abdicare scoppiando in lacrime come un bambino a cui hanno negato un sogno.

Il Portogallo che dalla sventura trova la forza per raddoppiare le energie e la convinzione, poi Ronaldo che rientra sulla scena, spinge la squadra dall’area tecnica, la sorregge non con le giocate ma con il cuore, quello stesso cuore che batte forte nell’anima di Eder abbandonato a 6 anni in un orfanatrofio e che dai margini della società porta il Portogallo sul gradino più alto d’Europa. E Ronaldo che scoppia nuovamente a piangere con le lacrime che scorrono come i titoli di coda di una bellissima favola moderna.

E pazienza per il ginocchio malandato. L’esito della risonanza parla di una lesione di primo grado al legamento del ginocchio con stop di almeno un mese. Il campione lusitano sarà così costretto a saltare la sfida di Supercoppa Europea tutta spagnola tra Real Madrid e Siviglia.

«È un successo che inseguivamo da tempo, fin dal 2004 - afferma Ronaldo - I portoghesi se lo meritano, così come i giocatori. Purtroppo mi sono fatto male, ma ho sempre creduto in questi ragazzi, che hanno qualità e capacità. È uno dei momenti più felici della mia carriera. Ho sempre detto che volevo vincere un trofeo con la nazionale ed entrare nella storia. Vorrei ringraziare i miei compagni, il mister, tutti quelli che hanno lavorato per questi Europei e i portoghesi per aver tifato per noi. È un momento unico per me e per tutto il popolo portoghese».

Si è visto un Cristiano Ronaldo diverso in questo Europeo, non ha agito da solista ma piuttosto da voce di un complesso ed è anche grazie a lui che la band lusitana è riuscita ad armonizzare i vari strumenti.

E pensare che nei primi concerti steccavano, eccome, i portoghesi, tanto che si sono qualificati agli ottavi salendo sull’ultimo tram delle terze. È stato condottiero ma anche servitore, CR7, maglia gialla ma anche gregario, capitano e soldato semplice. Isomma, un campione maturo che ha messo i suoi Palloni d’oro e i successi individuali al servizio della squadra lasciando in albergo il gel, la spazzola e quelle concessioni alla vanità che ne hanno caratterizzato il percorso. Non ha mostrato la “tartaruga” ma un cervello scolpito svelando un lato umano che probabilmente nessuno immaginava.

È sembrato quel ragazzino di Madeira pieno di speranze e carico di emozioni che è volato a 12 anni a Lisbona con una valigia piena di sogni. Quando sei il numero uno e hai un conto in banca impossibile è facile perdere il contatto con la realtà e invece CR7 a Parigi ha letto la situazione come un fine psicologo che non ha mai staccato la spina con l’umanità e che sa districarsi nei meandri della mente.

Davvero una bella storia, ricca di colpi di scena e momenti drammatici, ma con il classico lieto fine.

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