L’ultimo geyser sound è da brividi

6 Luglio 2016

Islanda, una folla oceanica accoglie i suoi eroi come dopo una guerra vinta

I goffi rigori di Zaza e Pellè e le lacrime di Barzagli e Buffon, le scorribande degli hooligans e l’ultrà russo amico di Putin che si fa il selfie allo stadio anche se è stato espulso dalla Francia, lo sguardo cattivo di Gareth Bale e quello stranito di Cr7. Ma poi andate a chiedere in giro alla gente che cosa è rimasto di più impresso nella mente di questi Europei che volgono al termine e la risposta sarà inevitabile: il geyser sound dell’Islanda.

Quello di ieri, poi, è stato da brividi. Una folla sterminata, forse centomila persone, ha salutato a Reykjavik nella spianata tra il porto e l’accesso alla città la squadra di Lars Lagerback, accompagnandola con canti, applausi, cori trionfali come si faceva in antichità con un esercito che tornava da una guerra vinta. Ma soprattutto c’era lui, un geyser sound oceanico, l’ormai inconfondibile battito ritmato collettivo delle mani e dei tamburi accompagnato dal grugnito che riproduce il sordo rumore dei vulcani sotterranei che costellano la terra dei ghiacci. Non è nata agli Europei, questa danza che qualcuno impropriamente ha definito haka islandese, scatenando le ire dei puristi del rugby e dei cultori degli All Blacks, ma agli Europei è certamente esplosa, identificata nella figura e nella barba di Aron Gunnarsson. È diventato lui l'idolo dell'Islanda, l'uomo simbolo della squadra sorpresa dell’Europeo. Prima del torneo continentale, Gunnarsson, capitano della nazionale della piccola isola nordeuropea, era conosciuto per essere un onesto pedalatore del centrocampo, stagioni nella B inglese con Coventry e Cardiff, un passaggio in Premier League senza lasciare grosse tracce. In Francia è diventato uno dei personaggi più ricercati. Merito del suo look da vichingo, lunga barba e tanti tatuaggi, della sua grinta che ne fa un autentico trascinatore. Non un fenomeno con i piedi, ma un'arma tattica della squadra di Lagerback che spesso e volentieri sfrutta le sue lunghe rimesse laterali per creare pericoli alle difese avversarie. Gunnarson ha fatto il suo ingresso all'Europeo chiedendo la maglia a Cristiano Ronaldo dopo la partita pareggiata con il Portogallo. «Chi sei tu?», gli ha risposto quasi stizzito Cr7, e la maglia del campione gelatinato alla fine gli è stata regalata dai suoi stessi compagni di squadra. Ma Gunnarsson è stato soprattutto colui che ha guidato i compagni nella danza che al termine delle partite ha rapito gli stadi dove si sono esibiti gli islandesi. Ed è riecheggiata in tutto il mondo.

Così tutti adesso conoscono e rispettano una squadra e una nazione che avevano numeri da recessione fino a pochi anni fa. Non è più così: una sana e intelligente politica di interventi mirati, anche nel calcio, ha prodotto la favola che si è vissuta a Euro2016. L’Islanda conta più vulcani che giocatori professionisti, però oggi ha campi, strutture, vivai dove sono stati indirizzati i ragazzi togliendoli dai pub dove trascorrevano la maggior parte del loro tempo per ripararsi dai lunghi mesi freddi.

L’Islanda oggi ha una nazionale che s’identifica in un popolo e viceversa. Ha una squadra che cercherà di arrivare anche ai Mondiali. Ha soprattutto il rito inconfondibile del geyser sound.

©RIPRODUZIONE RISERVATA