«La sconfitta fa crescere Procuratori lestofanti»

6 Ottobre 2024

L’allenatore del Pescara Baldini: «Il mio modello è Kantè più che Messi In questa città i sogni si avverano e io lavoro perché la magìa riesca»

PESCARA. È il giorno di Ascoli-Pescara (ore 19,30), Domenico Di Carlo contro Silvio Baldini in panchina 17 anni dopo quel Parma-Catania di serie A passato alla storia con il calcio nel sedere del tecnico di Massa al collega ciociaro. Uno dei tanti argomenti affrontati da Silvio Baldini, 66 anni, allenatore del Pescara, nell’incontro di venerdì nella redazione de il Centro con il direttore Luca Telese.
«Si riparla di quell’episodio del 2007 e non del Pescara primo in classifica. È così che funziona in questo mondo. Un po’ mi dispiace perché torna in auge un’immagine distorta del sottoscritto che toglie spazio ai meriti dei ragazzi. Tante persone mai avrebbero creduto che il Pescara sarebbe stato primo a ottobre. E invece si parla del 2007…».
Ma lei avrebbe mai creduto al primo posto dopo sette gare la scorsa estate?
«Se io metto la mia vita a pensare a quello che potrebbe accadere secondo degli schemi che cosa vivo a fare? Io cerco di pensare a una cosa, bella, cercando di realizzarla. Può anche non succedere, ma se io lo penso lo vivo».
Si spieghi meglio.
«Avevo 4 anni e incontro un cugino di sangue di mia madre aveva fatto la campagna d’Africa. C’erano le rondini, era marzo. E mi fa: quella lì è una rondine che mi ha strizzato l’occhio perché l’ho trovata in Africa. Io dubitavo, non la vedevo. E lui: prova che la vedi. Con il tempo cresci e capisci che quella rondine era un’immaginazione. Però, chi me lo fa fare a pensare che non è vero? Oggi quando vedo una rondine penso che mi strizza l’occhio e mi dico: non la vede il mio occhio, ma la guarda il mio cervello. Come dice De Gregori: la storia siamo noi. La storia la facciamo noi con gli atteggiamenti».
Quindi?
«Il bene e il male non avviene per caso. Prima di sposarmi avevo una ragazza. Una storia d’amore giovanile. Lei abortisce, ci lasciamo. E un giorno, prima del mio matrimonio, mi chiama. Pensavo volesse farmi gli auguri dopo quattro anni che non la vedevo e sentivo. Invece no. Glielo dico che sto per andare all’altare e allora lei mi fa: ti auguro di passare le mie stesse vicissitudini. E allora dico a mia moglie quando rimase incinta: ho il presentimento che qualcosa vada storto. E, infatti, nasce mia figlia Valentina disabile. Le analisi hanno accertato che le manca il cromosoma 14. Oggi si potrebbe intervenire sul feto. Ma io non lo farei, perché altrimenti non sarebbe mia figlia. Quando sono a casa sto spesso con lei, le accarezzo i capelli, le fischio nell’orecchio e lei mi dà l’altro... »
Si sentiva anche la promozione in B del Palermo nel 2022.
«Tutte queste mie sensazioni un mental coach, Nicola Colonnata, le ha messe insieme in un libro. Certe cose – dicevo - io me le sento. Andavo a Palermo: caccia, camminate con gli amici pastori e passeggiate spirituali davanti a Santa Rosalia. E sentivo dentro di me che quando passavo davanti alla Favorita, lo stadio, c’era una vocina che mi diceva: tanto tornerai… Così è stato. Ma chi ti crede? A chi lo dici? E allora la gente pensa che io sia un lecchino, un affabulatore. Arrivo a Palermo, lo dico alla presentazione del 27 dicembre 2021 e nessuno mi crede. Però, poi si avvera tutto».
Beh, in effetti…
«Sono particolare, ho i miei tempi. Mi piace stare con i miei cani, andare a funghi stare con i miei amici pastori».
Qui si può sbizzarrire?
«Non proprio. No, non è l’ambiente ideale per fare tutte quelle cose. Devo stare sul pezzo per fare in modo che la magìa si avveri. Anche nei giorni di riposo. Il calcio è fatto di tanti particolari. Si può vincere anche non essendo i più forti».
Come?
«Prendendo vantaggi dove gli altri non ce l’hanno. Un giocatore può essere Kantè (N’Golo Kantè, 33 anni, francese, ex Chelsea, ora in Arabia Saudita, ndr) e uno Messi. E se tu metti insieme tanti Kantè diventa dura anche per Messi. Perché, poi, la perseveranza alla fine paga. Godo ad allenare tanti Kantè. Certo se avessi Messi gli chiederei quale emozione prova a fare il Messi».
Kantè o Messi?
«Se scelgo Messi faccio un torto alla mia storia. È Kantè quello che mi rappresenta, perché Kantè ha perso, perché Kantè non ha mai mollato. Perché Kantè si è fatto da solo senza avere il dono divino del talento. E Kantè - va rimarcato - è diventato campione del mondo prima di Messi».
La spaventa l’infortunio di Lonardi?
«Non mi spaventa nulla. Solo la morte a cui non c’è rimedio. A me interessa che i miei stiano bene. Poi, al resto tutto s’aggiusta. Il problema non è avere una squadra brava, il problema è noi come gestiamo il materiale a disposizione, come cerchiamo di farlo rendere al massimo».
E la panchina d’oro del Palermo?
«Sì, dopo la promozione in B del 2022. La vinsi per un voto. Pensavo i miei colleghi votassero Javorcic che aveva fatto 90 punti con il Sudtirol. Invece lo danno a me. C’erano Scaloni, che aveva vinto il Mondiale, e Mancini, che aveva vinto l’Europeo. Andai sul palco e dissi che ero sorpreso, perché pensavo vincesse Javorcic. Grazie a tutti e via. Albertini, presidente del Settore tecnico, mi disse: no, devi parlare. Fare un discorso. E allora mi viene in mente Galimberti. Avevo visto che raccontava la storia di un dentista armeno a Milano. Questo lascia tutto per tornare in Patria falcidiata dal terremoto ad aiutare il suo popolo. Galimberti, quando ritorna, chiede al dentista: perché voi avete avuto 1,5 milioni di morti e nessuno ne parla e invece si fa un gran dibattito attorno a quel che è accaduto agli ebrei? E il dentista armeno replica: gli ebrei sono colti e noi siamo ignoranti. E io ho detto: il calcio è così, un popolo di ignoranti. L’aggravante qual è? Che mi hanno battuto le mani i miei colleghi in platea. Albertini mi guarda un po’ strano e io gli faccio: ovviamente c’è qualche eccezione, perché lui è laureato. Tutto questo perché c’era De Giorgi della pallavolo che dice che bisogna parlare e motivare. Giusto. Ma dipende da chi hai di fronte. Nella pallavolo generalmente su 12 ce ne sono 10 laureati; nel calcio è diverso. Su 30, girando più squadre, ne trovo cinque con la laurea. Ma è già tanta roba. La comunicazione dipende da chi hai di fronte. Se parlo con i miei amici pastori ti ascoltano 10 minuti e poi guardano ad altro. Se io alleno dei giocatori non sto a vedere se uno ha studiato o meno. Uso il linguaggio popolare. Do dei concetti».
Un esempio?
«No, non si può dire. È volgare, è cafone».
Addirittura?
«Se non usi un certo linguaggio il calciatore ti palleggia. Il calciatore ha il procuratore. È un lestofante. Tu che cosa comunichi a uno che è gestito da un lestofante? La geometria?».
Quale valore attribuisce alla sconfitta?
«La mia compagna di viaggio è stata la sconfitta; le persone che perdono imparano, sanno adattarsi alla difficoltà. Crescere un po’ alla volta. Nella difficoltà si diventa una persona migliore. Se io faccio il personaggio questo è un mondo che mi mette a disposizione la possibilità di riempire di corna la mia compagna».
Quindi?
«Quelli che non perdono non possono diventare uomini. Quelli sempre belli, quelli che non sbagliano mai non sono felici. Hanno problemi. Perché non conoscono la realtà, la vita. Non riescono a scoprire il sapore della vita. La sconfitta ti insegna cos’è l’ala e che cos’è il tramonto. Che cos’è il dolore e la felicità. L’amicizia».
Che cosa c’è di educativo nel portare una squadra di calcio, come ha fatto lei, a visitare un carcere?
«Siamo tutti uguali. E quelli che sono in carcere sono come te. Hanno fatto una scelta sbagliata e devono rinunciare alla propria libertà. Il problema è avere gli insegnanti. Se a scuola ci fossero gli insegnanti bravi tanti ragazzi non farebbero scelte sbagliate».
Nel calcio, ama la costruzione dal basso?
«No, io amo quel che sappiamo fare. Dipende da noi. Se parto dietro e l’avversario mi dà la possibilità di trovare sempre un uomo libero tra le linee allora ho un vantaggio dalla costruzione dal basso. Altrimenti la devo rinviare il più lontano possibile. Se io voglio diventare personaggio sai quante te ne racconto di balle, ma la realtà è questa».
Adora andare a funghi.
«Certo, mi ci portava mia mamma da piccolo. Ora ha 90 anni e non ci può più andare (si commuove, ndr), ma mia zia Rosa che ne ha 93 ci va. A me piace andare per i boschi di notte, lì sei solo. Solo con te stesso. Ti fai delle domande. Emerge la tua spiritualità. E’ il posto più vicino a Dio».
Parlare della mamma la fa commuovere.
«Beh, in effetti chi sta nel calcio non merita certe emozioni. Sono cresciuto in una famiglia matriarcale. Mia mamma ancora oggi mette in riga tutti. Non le interessa del calcio. Ha il senso della ribellione, una donna senza paura. Le devi stare alla larga. Lo stesso papà, ha vissuto all’ombra di mamma. È nato orfano. L’hanno messo in collegio. Un operaio scampato alla guerra. E alla morte».
Torniamo al calcio.
«Comandano sempre gli stessi. Più va avanti, peggio è».
Colpa dei procuratori?
«È una categoria che cerca di farmi passare per un filosofo da tre soldi, per quello che fa la morale. Quando perdo gode. Ma se loro non mi cercano, possono rubare quanto vogliono. Tanto, mica sono soldi miei!».
Tunjov?
«Ha la sua storia, è un ragazzo fragile. Tanto bravo quanto fragile psicologicamente. Io lo voglio aiutare, ma anche lui si deve dare una mano. Le regole valgono anche per lui e la società le ha applicate (con l’esclusione dalla sfida contro il Carpi, ndr). Puoi vincere o perdere, ma le regole restano. L’anno scorso il Pescara ha perso delle gare con risultati eclatanti, vuol dire che il gruppo non aveva capito le regole, perché non era una squadra che doveva perdere 4-5 a zero. C’era chi non aveva capito come fare bene il proprio mestiere. Giustamente, la società non transige».
Lei è tifoso …
«Da ragazzo dell’Inter. Poi, della gente che conosco. Chessò della squadra di Conte, di Spalletti, di De Zerbi o di un altro che stimo».
Allegri?
«Lo conosco, ho un buon rapporto. E’ sveglio. Mangia il fumo alle schiacciate, come dicono i livornesi».
Questa la può spiegare?
«Le schiacciate sono le focacce. Producono il fumo quando sono calde. E se sei sveglio mangi anche il fumo alle schiacciate».
Lei è amico di Daniele Adani.
«Certo, è una persona perbene, preparata e si documenta».
Un giornalista che le piace?
«Di quelli che vedo in tv Scanzi (Fatto Quotidiano, ndr). Mi piace perché cerca di combattere chi è al potere. Indipendentemente da destra e sinistra».
Il film più bello?
«Balla con i Lupi è il mio film. Da bambino io, sempre fatto il tifo per gli indiani…».
La sfida di Ascoli?
«Se parti con il pensiero che è una gara difficile hai già perso. Non devi pensare. Tu devi giocarla. Poi, capiremo se sarà stata facile o difficile».
Dovesse raccontare il Pescara?
«Città proletaria, gente che lavora. Il mio orgoglio è andare al bar e trovare il netturbino che ti grida forza Pescara. Oppure io vengo allo stadio perché ci sei tu. Sanno, i tifosi, che ho accettato con orgoglio perché alle spalle c’è una storia e una tradizione. Tom Rosati, Galeone, Zeman. Gente che ha creato una cultura nella tifoseria. Ha creato un’onda. Stadio pieno tante volte. Questa onda c’è e rimarrà anche se il Pescara dovesse andare in Terza categoria. Ci sono i nonni e i papà che trasmettono passione ed entusiasmo. Certe emozioni si tramandano. Questi sono posti pieni di magìa. Si è già verificata la magìa».
Scaramantico?
«No, non me ne frega niente. Dei maghi, dei rituali e di quant’altro».
Una costante: si è sempre circondato di gente più grande di lei, giusto?
«Vero, gli anziani insegnano la vita».
(2-fine
prima puntata pubblicata ieri)
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