La vita e il mito di Marciano in 15 riprese

Sabato pomeriggio Ripa Teatina ricorderà con uno spettacolo teatrale il campione di pugilato morto nel 1969 a 46 anni
RIPA TEATINA. «È morto Rocky». La notizia, quel 31 agosto del 1969, a Ripa Teatina si sparse in un baleno. In un incidente aereo negli Stati Uniti aveva perso la vita, alla vigilia del suo 46° compleanno, Rocky Marciano, da molti considerato il più grande pugile di tutti i tempi, ma nel suo paese d’origine si pensava soprattutto, con amarezza, ad una promessa che lo stesso Rocky, nell’agosto del 1964, aveva fatto, visibilmente emozionato, al termine di una visita di alcuni giorni. «Tornerò presto», aveva detto dopo una immersione totale nel travolgente affetto del paese di papà Pierino. Una storia di fatica e di emigrazione con tante radio accese, in quella notte del 1952, mentre il figlio di “Pierino il calzolaio” conquistava contro Joe Walcott il titolo mondiale dei massimi. Accese per intercettare stazioni d’oltreoceano con radiocronaca di un giovane Mike Bongiorno e traduzione magari affidata a qualcuno, in paese, per il quale il “sogno americano” era rimasto tale con conseguente ritorno in Italia. Portando con sé un po’ di slang e tanti rimpianti. Ma lui no, lui ce l’aveva fatta. «Era un po’ di tutti loro e non accettava la sconfitta». Frase che racchiude il personaggio di Marciano, campione mondiale ritiratosi imbattuto (49 vittorie in altrettanti incontri con 43 successi per ko). Loro, ovviamente, gli emigranti abruzzesi che avevano cercato negli Stati Uniti un’occasione di riscatto e che Rocky non ha mai deluso. Non possedendo grande velocità e tecnica, si affidava ad una intensa preparazione, ad una incredibile potenza e, soprattutto, ad una resistenza che gli permetteva di incassare pugni micidiali rispondendo colpo su colpo finché il suo avversario non cedeva. Orgoglio, forza, tenacia. Doti tipiche del popolo abruzzese, ribadite puntualmente a Ripa Teatina in un Festival giunto alla 15ª edizione, sempre in grado di proporre piccole e grandi storie di sport e, soprattutto, figure simbolo di una “abruzzesità” vissuta intensamente in ogni parte del mondo. E quest’anno, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Rocky, si è pensato anche di mettere insieme un singolare spettacolo teatrale dedicato al campione. Appuntamento fissato per sabato pomeriggio, alle ore 18,30 nella sala polivalente del Comune, per “Rocky Marciano, un campione a bordo ring”. Niente palco. Fari puntati su un ring con l’attore Francesco Dendi a raccontare, in quindici riprese di tre minuti ciascuna, vari aspetti della storia sportiva e umana di Marciano. Visto dai quattro angoli del ring, occupati dalle figure di papà Pierino, dell’amico Allie Colombo, dell’allenatore Charlie Goldman e di un giovane pugile che vuole ispirarsi al grande Rocky. «Un’esperienza stimolante», afferma lo stesso Dendi, «che mi ha portato ad avvicinarmi al mondo del pugilato rimanendone affascinato». La regia è affidata a Lisa Capaccioli che con Dendi ha peraltro recentemente allestito uno spettacolo dedicato a Gino Bartali. «Ancora un mito dello sport per una storia che mi ha subito appassionato. Una figura, quella di Marciano, difficile da rappresentare fisicamente. Si è pensato allora di raccontarla attraverso varie angolazioni e sono rimasta davvero colpita dalle affinità esistenti tra il mondo del pugilato e quello del teatro». Voce narrante, quella del giornalista e scrittore Dario Ricci, direttore artistico del Festival, attorno ad una iniziativa sostenuta dal sindaco Ignazio Rucci, dall’assessore Gianluca Palladinetti e dall’intera amministrazione comunale. Il mito continua, dunque, dopo una interessante mostra, arrivata fino negli Stati Uniti, nel segno di una coinvolgente storia di pugni, sudore e fatica. Storia di valigie piene di sogni, ansie e speranze come quella con cui partì da Ripa Pierino Marchegiano. Un cognome mai cambiato legalmente. «Non mi vergogno delle mie origini», spiegava Rocky, «e considero uno dei miei più grandi successi l’essere riuscito a far smettere di lavorare mio padre, operaio in un calzaturificio». Mai battuto. Con quella forza di rimanere in piedi ad affondare in radici lontane.
Giuseppe Rendine
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