Lamonica: sul parquet mi emoziono ancora

Un po’ pescarese, un po’ rosetano, è l’arbitro di basket più titolato in Italia. Ad agosto lascerà l’attività
ROSETO. Luigi Lamonica, pescarese di nascita e rosetano per scelta da oramai parecchi anni, è conosciuto nel mondo della pallacanestro per essere l’arbitro italiano più titolato. La scorsa settimana, Lamonica ha scritto un nuovo capitolo della sua infinita carriera, aggiungendo la finale di Eurolega numero 4, ad un palmarés che comprende già 1 finale mondiale, 2 semifinali olimpiche, 5 finali europee, 3 di Eurocup, 21 finali scudetto, 9 di coppa Italia.
Dopo tanto tempo come fa ad emozionarsi ancora?
«Perché le finali sono match ad alta tensione, e te le senti addosso fin dal giorno prima», racconta con un sorriso Mister Decidere (dal nome del suo libro scritto qualche anno fa), ricordando la finale di una settimana fa a Berlino davanti a 15mila spettatori.
Quelle sono gare difficili da dirigere.
«Diciamo che sono match particolari, ma anche partite dove in qualche modo è più semplice rimanere concentrato; ti senti solo molto reattivo e pronto a fare del tuo meglio, con la voglia di sbagliare il meno possibile».
Non a caso in quel match, nel supplementare, ha fatto ricorso per ben due volte all’instant replay.
«Avevamo deciso insieme agli altri due arbitri di evitare decisioni dubbie, soprattutto in caso di tiro scoccato allo scadere dei 24 secondi, cosa che puntualmente è successa. In quel caso comunque, avevamo visto giusto anche se era questione di solo 4 decimi di secondo, anche se il coach dei russi c’è rimasto comunque male».
Per i turchi sarebbe stata la prima vittoria: ha parlato nel dopo gara con Gigi Datome, l’italiano che gioca con loro?
«Purtroppo no, «mi spiace per lui, non ha vinto nonostante abbia fatto una grande partita; peccato, era un successo importante, se ripenso che manca ad un italiano dal 2001, quando vinse la Virtus Bologna».
Ci dà un suo pensiero per ciascuna finale di Eurolega diretta?
«Atene 2007, quando il Panathinaikos batté il Cska, fu il match che all’epoca cambiò faccia alla pallacanestro europea: coach Neven Spahjia, molto amato a Roseto ed oggi agli Atlanta Hawks in NBA, qualche anno ci disse che contò in quel match oltre 110 pick and roll, che fino ad allora si usava davvero poco: invece oggi è la parte principale di qualsiasi attacco. Barcellona 2011, quando il Pana vinse contro il Maccabi Tel Aviv, la ricordo soprattutto per il pubblico, con le due tifoserie mischiate nella stessa curva, un vero spettacolo. Di Istanbul 2012, penso che se il Cska la rigiocasse mille volte, non la perderebbe mai; invece quella volta l’Olympiacos fece l’impresa. Infine domenica scorsa, Berlino 2016: mai visto due squadre giocare in modo così fisico per 45 minuti, con pressing a tutto campo e tanti tiri da tre punti; per me anche questa è una gara che cambierà di nuovo il modo di giocare in Europa, vedremo molti team nel futuro copiare questa pallacanestro. Non per nulla la ritengo anche la gara più difficile che abbia mai diretto, come terna arbitrale abbiamo dovuto lottare per mantenere il metro di giudizio in tutto il match, e molto ha contato il nostro affiatamento».
Ad agosto le regole la manderanno sotto un ombrellone per il meritato riposo: se si volta indietro vede…
«Vedo che sono un fortunato, perché ho fatto la cosa che più mi piaceva. Come disse l’ex arbitro di calcio Collina l’anno scorso in un raduno pre campionato, “se il tuo lavoro è un hobby, potrai dire di non aver mai lavorato nella tua vita”».
Ha avuto grandi riconoscimenti in una carriera il cui finale è ancora da scrivere: ma c’è un cosa andata storta?
«Inutile negarlo, manca una partita all’appello, la finale della prossima Olimpiade, quella di Rio in Brasile. Ho lavorato molto quest’anno per andarci, ce l’ho messa davvero tutta ma non è bastato, pazienza».
Ha già un nuovo obiettivo?
«La prossima partita. Che sia di playoff scudetto come in questa settimana, o di un campionato europeo giovanile in fondo non conta: il mio scopo adesso è di lasciare il miglior ricordo possibile, sono contento di quello che ho fatto perché ho raccolto ben più di quanto avrei potuto sognare, ricevendo molto di più di quel che ho dato». (m.r.)

