LE RESPONSABILITÀ DELL’UOMO SOLO AL COMANDO
In tanta confusione serve un pizzico di chiarezza. E, quindi, va ribadito che le responsabilità della crisi del Pescara sono da ascrivere al presidente Sebastiani e ai soci che lo sostengono in...
In tanta confusione serve un pizzico di chiarezza. E, quindi, va ribadito che le responsabilità della crisi del Pescara sono da ascrivere al presidente Sebastiani e ai soci che lo sostengono in società. E che Massimo Epifani ha l’unica colpa di aver accettato l’incarico incurante di essere stato mandato allo sbaraglio per cercare di risolvere una crisi rivelatasi più grande di lui. Vittima più che colpevole in un contesto del genere.
Un paio di premesse sostanziali per cercare di entrare all’interno della crisi biancazzurra che ha origine nella notte di Trapani, quella del ritorno in serie B nel giugno del 2016. Da lì cominciano i guai, da lì il presidente Daniele Sebastiani inizia a inanellare errori su errori fino ad arrivare alla notte di Brescia in cui la paura di retrocedere fa scattare l’allarme rosso.
Un fallimento calcistico, tanto per utilizzare le parole care allo stesso patron che ha perso per strada il parafulmine Zeman, anche lui colpevole della situazione che si è venuta a creare.
Problemi con Oddo (esonerato!), poi con Zeman (esonerato!) e ora con Epifani mandato allo sbaraglio. Non può essere sempre colpa degli altri, probabilmente è Sebastiani che ha smarrito quella lucidità che lo ha portato a firmare due promozioni in serie A. Probabilmente pesa il rapporto con la tifoseria, ormai in frantumi. Ma anche quello con la città ultimamente ha fatto registrare degli scricchiolii. Le responsabilità di due stagioni deludenti sono della società perché è nella stanza dei bottoni che si prendono le decisioni strategiche. È lì che nascono successi e sconfitte. E lì c’è un uomo solo al comando, Daniele Sebastiani. Che, tra i tanti errori, ha commesso quello di non circondarsi di gente in grado di aiutarlo nella gestione e nelle scelte. Gente di carattere, magari capace di consigliarlo diversamente. C’è un direttore sportivo, Luca Leone, la cui mission non è ben chiara. Se ha un ruolo strategico il bilancio di quasi due anni di lavoro è disastroso e andrebbe fatta sintesi; se, invece, si limita ad attività di scouting non risulta abbia portato e valorizzato giocatori che possano rimpinguare le casse biancazzurre. Colpevole o complice delle scelte di Sebastiani poco cambia. Aiuta a creare confusione in una catena di comando in cui il presidente fa il bello e il cattivo tempo. Sulla crisi pesa anche il rapporto con il mondo dei procuratori, quello che a volte ti fa fare delle plusvalenze, ma che alla lunga ti condiziona nelle scelte fino a portarti fuori strada. La rosa extralarge è una palla al piede, si sapeva. Partire in ritiro con 40 giocatori è stato un errore, averne una trentina ancora nello spogliatoio non aiuta a fare gruppo. Anche perché la squadra fiuta l’alibi e se ne ciba. Tutte le polemiche con Zeman tra dicembre e febbraio hanno acuito le fratture. Vengono in mente le parole di Campagnaro al secondo giorno di allenamento della gestione Epifani: «C’è maggiore cura nella fase difensiva». Un’uscita improvvida – una sorta di vendetta personale verso il boemo che l’aveva messo ai margini – alla luce dei risultati del tecnico promosso dalla Primavera, verso l’addio dopo aver conquistato un punto in sei partite. Detto che la squadra è stata colpevolmente sopravvalutata, va rimarcato che ha comunque i valori tecnici per conquistare la salvezza. Le responsabilità del club non devono far passare sotto coperta quelle dei giocatori. Magari di quelli più esperti. Non basta l’eccentricità di Sebastiani per giustificare certe prestazioni. Detto ciò, va ribadito che ora tocca alla società – e quindi al presidente – trovare una via d’uscita. Situazione complicata e confusa. Difficile. Ai giocatori e a Sebastiani l’onere di raddrizzare un cammino pericoloso, nella speranza di aver già visto il peggio di questa stagione.
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