Luca Leone, l’eroe di Lanciano: «Qui c’è un pezzo di vita»

La cavalcata rossonera verso la serie D. Quinta promozione del direttore sportivo con i frentani: «Ho ritrovato un clima bellissimo»
LANCIANO. Proseguono i festeggiamenti a Lanciano per la promozione e, mentre la città torna a rivivere un entusiasmo a lungo sopito, in molti rendono omaggio al ds Luca Leone, entrato indissolubilmente nella storia frentana con la quinta promozione conquistata in città da giocatore (e capitano) e direttore sportivo. Dalla serie D nel 1998 con la fascia al braccio al sogno Lanciano in serie B da ds.
Leone, può sembrare una domanda pleonastica: come sta dopo la gioia di domenica?
«È un qualcosa di incredibile e sinceramente non pensavo di riuscire a salire in serie D al primo anno, ma questi ragazzi e tutto lo staff sono stati bravi ad anticipare i tempi, sorretti dai nostri super tifosi».
C’è stato un momento durante l’anno in cui ha capito che davvero il Lanciano potesse arrivare al traguardo?
«Paradossalmente le dico dopo la sconfitta a Sant’Egidio con la Santegidiese (2-1, il 25 ottobre, ndr). Sono sceso negli spogliatoi per complimentarmi con la squadra perché aveva giocato davvero bene contro la formazione che, in quel momento dell’anno, era quotata come la favorita al salto di categoria. Lì ho capito che eravamo sulla strada giusta. Ad esempio, invece, il 4-0 con cui perdemmo contro l’Angolana alla quinta giornata non faceva testo perché eravamo ancora in costruzione».
Tra l’altro in quella gara segnò anche Santirocco, poi rivelatosi uno dei protagonisti della vostra cavalcata.
«Nicola era uno dei giocatori sul quale volevamo puntare in estate, ma lui non era ancora convinto. In effetti eravamo una squadra costruita da zero ed era logico pensare che non fossimo strutturati per il salto di categoria. Poi invece si è creata l’occasione giusta ed è venuto da noi. Gli esperti parlano di “timing”: nel calcio è proprio questione di saper approfittare delle occasioni. Un po’ come Insigne al Pescara, che forse ad inizio stagione sembrava un’operazione impensabile».
Poi l’arrivo di Pierantoni in panchina ha svoltato il vostro cammino.
«Aquilanti è una persona alla quale sono legato tantissimo e che ama davvero Lanciano, purtroppo però c’è stato un momento in cui le cose non andavano e serviva una svolta. Pierantoni era uno dei profili sul mio taccuino, l’avevo visto all’opera l’anno prima e mi piaceva molto perché ha una filosofia di gioco molto simile alla mia, è giovane ed ambizioso. Mi incuriosiva ed ha dimostrato il suo valore».
Sarà lui il pilastro sul quale costruire il prossimo futuro in serie D?
«Ha un altro anno di contratto, ma a prescindere da tutto non vedo perché non si debba ripartire da lui».
Spulciano negli almanacchi colpisce una curiosità. L’anno della promozione in serie D del 1998, il Lanciano chiuse davanti all’Angolana e fu decisivo un suo gol a tempo scaduto nello scontro diretto del 1° marzo. Ha pensato in questi mesi ai ricorsi storici?
«Ci ho pensato eccome (ride, ndr). Questa stagione mi ha fatto ricordare tante cose del mio passato da calciatore, a partire dal clima che si respira a Lanciano che è un pezzo della mia vita avendo lavorato qui per 16 anni. Poi tanti ragazzi mi hanno riportato alla memoria belle sensazioni. Sarebbe antipatico fare dei nomi col rischio di non citare qualcuno, ma penso a D’Eramo, Palmucci, Di Filippo o lo stesso Verna. Per il fatto di aver messo Lanciano davanti a tutto, preferendola ad altre categorie. Quest’anno deve essere un punto di partenza perché abbiamo ancora tanto da dire. L’esempio eclatante è Palmucci che ho avuto a Pescara da giovane e che pensava di ritirarsi, invece ha ancora molto da dare».
È arrivata la serie D al primo anno. Adesso qual è il prossimo step?
«Chiunque fa parte di questo club non deve porsi limiti, io l’ho sperimentato nella mia carriera e so quello che può succedere. Nessuno deve accontentarsi, quindi l’obiettivo deve essere volutamente indefinito. Poi il campo dirà il resto. Le faccio un esempio. Quando tornai a Lanciano nel 1997 in Eccellenza, venivo da stagioni in serie C e molti pensavano che fossi bollito e non potessi più dimostrare nulla. Vincemmo il campionato al primo anno, poi in serie D sentivo gli stessi discorsi e ottenemmo la seconda promozione di fila. Sono la prova vivente che i discorsi non contano nulla, i ragazzi devono raschiare il fondo delle proprie capacità perché l’uomo è capace di tutto, basta volerlo».
C’è stato qualche giocatore nella sua carriera da direttore sportivo, anche quest’anno, che le ha ricordato lei da calciatore?
«Le cito di nuovo Palmucci ma anche D’Eramo che in diverse partite ci hanno sempre messo qualcosa in più. D’Eramo però mi fa incazzare (ride, ndr) perché calcia le punizioni meglio di me, eppure non sfrutta appieno il suo talento. Mi ricorda Mammarella che, quando iniziò a credere che poteva fare male su calcio piazzato, divenne letale. Non per nulla poi abbiamo lavorato 14 anni insieme: per cuore e tecnica mi rivedevo molto in lui».
Molti in estate si sono chiesti la ragione dietro il suo ritorno tra i Dilettanti dopo anni nel professionismo.
«Non importa la categoria, la differenza la fanno le persone. Se lavori con persone che ti stimano e apprezzano il tuo operato, non ci sono eguali. Puoi anche essere il ds di un club di serie A, ma ritrovarti a collaborare in un contesto non buono e ti senti infelice. La città e la società hanno fatto la differenza per il mio ritorno».
Ormai a Lanciano è entrato di diritto nella leggenda, anche per la storica cavalcata in serie B.
«È vero, quei quattro anni in B sono indimenticabili. E devo ringraziare in modo particolare le due proprietà delle famiglie Angelucci e Maio che mi hanno sempre sostenuto. Come le dicevo, se intorno a te respiri fiducia si possono raggiungere traguardi impensabili. Quelli furono anni sempre in crescendo che resteranno nella memoria».
Ora ha festeggiato anche con il presidente Carlini.
«Voglio ringraziare Alberto perché, tra l’altro, c’è stato il suo zampino dietro l’inizio della mia carriera da direttore sportivo».
Vale a dire?
«Dopo il ritiro, mi immaginavo allenatore, invece nel 2008 fu lui a fare il mio nome come ds alla famiglia Maio. Carlini ha un amore incondizionato per questi colori. Ha insistito un anno intero per convincermi a tornare e lo ringrazio apertamente perché, insieme a tutti gli altri soci, vogliono costruire una grande società».
Da ds c’è qualche giocatore che ha lanciato che le è rimasto particolarmente nel cuore?
«Anche qui domanda scomoda (ride, ndr). Sicuramente dimentico qualcuno, ma penso a Spinazzola che poi è diventato campione d’Europa o calciatori poi arrivati in serie A come Cerri, Gatto, Monachello, Sepe, Falcinelli, Conti, Pavoletti, Buchel o gli stessi Aversa, Vastola, Mammarella, Di Cecco, Donnarumma, Chiricò o Aquilanti. Davvero tanti a cui sono legato».
In chiusura, dopo cinque promozioni a Lanciano qual è il suo sogno nel cassetto?
«No, i miei sogni stanno tutti sul tavolo, non ci entrano in un cassetto (ride, ndr). Scherzi a parte, sono un sognatore che si pone sempre nuovi obiettivi. Voglio stare bene e poter fare ciò che so fare meglio.
Mi piace restare a contatto con lo spogliatoio e trasmettere tutta la mia esperienza ai più giovani. Nel calcio non si inventa nulla. Ripeto sempre loro: “Se è successo a me, può succedere anche agli altri”. Al momento sono felicissimo e va bene così».
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