Lulli: il Diavolo vale più dell’8° posto Zeman e il Brescia i miei rimpianti

TERAMO. Dai trascorsi con le giovanili del Pescara al biennio di Teramo, passando per la brillante parentesi con la maglia della Sambenedettese. Di strada ne ha fatta tanta il centrocampista Luca...
TERAMO. Dai trascorsi con le giovanili del Pescara al biennio di Teramo, passando per la brillante parentesi con la maglia della Sambenedettese. Di strada ne ha fatta tanta il centrocampista Luca Lulli, da quest'anno alla Cavese, che sta vivendo nella città campana il periodo di stop forzato per l'emergenza coronavirus. Il 28enne giocatore rosetano si racconta al Centro nella sua decima stagione tra i professionisti.
Lulli, come se la passa in questi giorni di pausa dell'attività agonistica?
«Sono da solo nella mia casa di Cava de' Tirreni. Si cerca di restare in forma seguendo un programma di allenamento personalizzato. Poi vedo qualche film e mi tengo in contatto con la famiglia tramite telefono e video chiamate. È una situazione surreale e pesante. Inizio ad avere nostalgia di Roseto e non vedo l'ora di rivedere mia nipote Matilde, che ha quasi 3 anni e mi manca tanto».
Secondo lei si riuscirà a portare a termine questa stagione?
«Non lo so. La prima cosa è la salute. Di ipotesi sul ritorno in campo se ne fanno tante, ma bisogna vivere alla giornata e sperare che questo virus possa finalmente lasciarci in pace. Adesso è il momento di seguire in modo scrupoloso le direttive del governo».
Sarebbe favorevole all’idea di giocare in estate?
«Sono scettico. Mi atterrei a questa eventualità, ovviamente, ma scendere in campo con il caldo è dura. C'è il rischio che si finisca troppo in là. In ogni caso, comunque, non sarei d'accordo a giocare a porte chiuse».
Come si trova alla Cavese?
«Bene. Purtroppo la mia stagione è stata condizionata da qualche problema fisico avuto tra settembre e dicembre. La società è partita per provare a entrare nei play off. Adesso siamo a due punti dal decimo posto. Non resta che attendere notizie sul campionato per capire se sarà possibile raggiungere l'obiettivo».
Lei è amico del teramano Alessandro Di Paolantonio, protagonista di una grande stagione con l'Avellino. Lo ritiene pronto per il salto in B?
«Sì, se lo merita. Ha acquisito tanta fiducia nei suoi mezzi. Ci lega una bella amicizia. In estate stiamo sempre insieme a San Benedetto».
Lei, dopo i due anni a Teramo, ha cambiato diverse squadre. Dove si è trovato meglio?
«Alla Sambenedettese (nel 2016-'17, ndc). Era il mio sogno giocare lì. A San Benedetto ho tanti amici, ho trovato l'ambiente giusto e mi sono espresso al massimo anche grazie alla stima del ds Sandro Federico e del tecnico Ottavio Palladini. Quell'anno ho segnato pure due gol, un evento per me (ride, ndc)».
Ha dei rimpianti nella sua carriera?
«Ne ho più di uno. Nell'estate del 2011 ero in ritiro con il Pescara. Zeman mi stimava, ma volevo giocare perché a centrocampo eravamo tanti e accettai di andare in prestito al Como. I biancazzurri, al termine di quella stagione, furono promossi in A. Se avessi aspettato un po', magari cambiavano le prospettive della mia carriera. Ero giovane. Forse sono stato mal consigliato. Mio padre, ancora oggi, mi rinfaccia quella scelta».
Nell'estate del 2013, invece, cosa accadde?
«Nel mese di agosto giocai con il Teramo una gara di coppa Italia sul campo del Brescia. Avevo appena firmato il biennale con i biancorossi. Andrea Iaconi, in quel periodo, lavorava a Brescia e voleva portarmi lì dopo avermi visto all'opera contro di loro. L'allenatore era Marco Giampaolo, che invece preferiva un mediano d'esperienza. Alla fine il Brescia prese dal Teramo Tommaso Coletti».
Del Teramo di quest'anno che mi dice?
«L'ottavo posto gli sta stretto, considerando la qualità della rosa. Era partito con altri obiettivi e può fare di più se si tornerà in campo».
Sulla panchina dei biancorossi, da metà febbraio, c'è Cetteo Di Mascio.
«Lo conosco bene. E' stato lui a scoprirmi e portarmi a Pescara. Gli sono grato. Lo considero uno dei migliori in Italia in ambito di settore giovanile e gli auguro di togliersi nuove soddisfazioni».
Gaetano Lombardino
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