Mario Boni: «L’Abruzzo nel cuore. Roseto è come casa e mi ha fatto rivivere»

Il campione si racconta tra battaglie in campo e ricordi indelebili: «Devo tanto anche a Teramo, che belli i derby al PalaMaggetti»
ROSETO. Ci sono giocatori che segnano canestri e altri che segnano un’epoca: Mario Boni appartiene alla seconda categoria. All’inizio degli anni 2000 è stato uno dei volti più amati della pallacanestro abruzzese, protagonista prima a Roseto e poi a Teramo di stagioni irripetibili. Tiratore straordinario, leader carismatico e trascinatore di folle, ha contribuito a dare visibilità nazionale all’Abruzzo Basket. Da vice presidente della Giba ( lavora per il futuro dei giocatori italiani, ma nel suo racconto tornano le emozioni di quegli anni.
Quando pensa a Roseto, qual è la prima immagine che le viene in mente?
«Roseto per me è casa, i ricordi mi riempiono ancora oggi l’anima. Ma sono affezionatissimo a tre posti: Montecatini, l’Abruzzo di Roseto e Teramo, e Salonicco. Ma a Roseto c’era un rapporto fortissimo con i tifosi, si sono create relazioni vere che durano ancora oggi».
Roseto l’ha cambiata?
«Mi ha rilanciato, venivo da un periodo buio in Spagna dove mi stavo un po’ eclissando. La scelta del presidente Martinelli e del gm Betti di portarmi lì mi ha dato una nuova vita sportiva».
Una partita indimenticabile di quel periodo?
«Sono tante perché quella Roseto ha battuto diverse corazzate come Milano, Siena, Roma».
Il rapporto con i tifosi biancazzurri?
«Speciale per il mio modo di stare in campo: giocavo con un trasporto totale e sapevano che davo il 200%».
Aveva capito che quell’Abruzzo Basket viveva una stagione d’oro?
«Certo: Roseto e Teramo in A, e poi le tantissime minors subito dietro: c’era tanta la passione condivisa».
C’era un compagno di squadra del cuore?
«Stefano Attruia, eravamo molto legati».
E poi gli anni a Teramo. Che decisione fu?
«A Roseto il nuovo presidente Amadio mi voleva capitano ma arrivò Bianchini e cambiò tutto. Io volevo restare in Abruzzo e scelsi Teramo».
Ricorda il primo derby?
«Ero tesissimo. Si giocava in un PalaMaggetti strapieno e perdemmo».
La rivalità era così accesa?
«Tra le squadre meno di quanto si pensi. Tra le tifoserie c’era, ma fatta di sfottò senza cattiverie».
Che differenza tra le due piazze?
«A Roseto si vive da oltre cent’anni per il basket. A Teramo l’innamoramento del pubblico fu graduale per poi diventare un fenomeno culturale».
L’allenatore che l’ha valorizzata di più?
«A Roseto Phil Melillo che ha interpretato perfettamente il mio modo di giocare. A Teramo Franco Gramenzi che è un allenatore straordinario e oggi guida Roseto. Il cerchio che si chiude».
Da dove nasceva quella sua fiducia assoluta nel tiro?
«Era qualcosa di innato. Volevo vincere ed avevo la sensazione che il tiro fosse l’unica risposta possibile. E questo mi dava serenità».
Il canestro più importante?
«La tripla a Firenze con Montecatini che ci portò dritti in serie A1».
Come viveva i momenti decisivi?
«Mi piacevano. Sentivo il rumore del palazzetto, poi tiravo e percepivo solo il silenzio attorno a me fino al “ciaf” della retina».
Che leader era?
«Uno che ci metteva la faccia e dava le risposte sul campo, il primo a dare il massimo in ogni allenamento».
Un giovane su cui aveva scommesso?
«Valerio Amoroso (ex Roseto, Teramo e Virtus Bologna, ndc), tanta personalità e talento».
Tra i talenti azzurri ne sceglie uno?
«Sicuramente Matteo Spagnolo».
C’è una foto famosa in cui lei tira e dietro si vede un giovanissimo Kobe Bryant. Se la ricorda?
«Sì, è stata fatta a un camp sulle colline pistoiesi dove la famiglia Bryant era lì d’estate. Kobe aveva 13 anni, restava sempre agli allenamenti e poi facevamo uno contro uno. Lo stoppavo sempre, ma aveva già un talento evidente».
Oggi che effetto le fa quella foto?
«Nessuno in particolare. La vita è fatta di momenti».
La rinuncia più grande imposta dal basket?
«La squalifica per doping del 1994 quand’ero e poi rimasi capocannoniere della Serie A1. È stato un insegnamento enorme: da quel momento ho vissuto tutto con ancora più intensità».
Cosa dice ai giovani che vogliono diventare giocatori?
«Di fare le cose con passione. Io ho sempre vissuto la mia carriera come qualcosa di irripetibile».
Oggi è vice presidente della Giba, il sindacato di giocatori professionisti. Cosa serve al basket italiano?
«Bisogna riempire i settori giovanili e far giocare più italiani eleggibili per la Nazionale: da lì passa il futuro».
È il più grande cannoniere italiano, ma ha avuto una sola presenza in Nazionale. Resta un rammarico?
«Certo, ero e sono convinto che avrei meritato più spazio».
E sull’annunciata riforma del sistema basket?
«Per ora ci sono solo indiscrezioni. Mi piace l’idea di una A2 che torna al professionismo, ma non mi piace quella delle wild card: la nostra storia è fatta di promozioni e retrocessioni».
Nella prossima stagione si affronteranno Montecatini e Roseto. Da che parte il cuore?
«Roseto ha una società forte e coach Gramenzi che è una garanzia, Montecatini è casa mia. Quella partita non la vedrò: non riuscirei a tifare per nessuno». È la confessione sincera di un campione che ha fatto del basket una filosofia di vita e che, ancora oggi, continua a essere ricordato come il capopopolo che fece innamorare l’Abruzzo della pallacanestro.
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