Marquez-Rossi, tocca alla federazione

10 Aprile 2018

Veleni e colpi proibiti: serve chiarezza sul duello che può degenerare

ROMA. Come un fiume carsico di veleno, pronto a riemergere e trascinare con sé sportività e lealtà, l'incidente di Sepang 2015 tra Valentino Rossi e Marc Marquez è tornato, in Argentina, a far sanguinare una ferita mai chiusa. Ancora un contatto a Termas de Rio Hondo, come tre anni fa: Marquez prova il sorpasso su Rossi, il Dottore resiste e la ruota anteriore della Honda numero 93 tocca il posteriore della M1. Lo spagnolo va giù, Rossi vince. Domenica è toccato al pesarese finire in terra. E subito è stato lampante che la brace del risentimento non si era mai spenta, anche se coperta da sorrisi e strette di mano per i fotografi. Rossi - speronato, caduto, ripartito e solo 19° al traguardo - ha ripetuto di provare «spavento» quando in pista si trova vicino allo spagnolo, stesso termine usato allora. Marquez - quinto sul traguardo, ma retrocesso per «guida irresponsabile» oltre la zona punti - ha ripetuto che non aveva intenzione di danneggiare il pesarese. Andato al box Yamaha per spiegarsi, è stato respinto. L'ascia di guerra è dissotterrata. È ora che la Federazione internazionale intervenga con chiarezza, non come nel 2016, quando preferì secretare la telemetria della Honda di Marquez che, secondo la casa di Iwata, avrebbe dovuto «dire la verità» sulla scontro in Malesia. Ma in Argentina ha sbagliato anche la direzione gara perché, dopo la mancata partenza, Marquez doveva essere fermato con la bandiera nera e fine dei giochi. «Se tutti gareggeranno in questo modo diventerà uno sport molto pericoloso e finirà male. Lo sta distruggendo, quando sei in pista a 300 km l'ora devi rispettare gli avversari», ha detto Rossi.