Mazzaufo: «I miei Giochi pace, talento e risultati»

17 Agosto 2024

Il responsabile del settore salti dell’atletica alla terza rassegna a cinque cerchi: «All’interno del villaggio ho vissuto quasi un’utopia che solo lo sport può offrire» 

PESCARA. Per l’atletica leggera italiana è stata un’olimpiade positiva, per un verso, ma anche sfortunata e amara, ripensando agli inattesi problemi di salute e incidenti occorsi ad atleti da medaglia, quali i marciatori Massimo Stano e Antonella Palmisano, e al saltatore in alto Gianmarco Tamberi, tutti d’oro a Tokyo 2021. Un sesto posto mondiale nella classifica a punti per l’Italia, cioè gli atleti classificati nei primi otto posti nelle rispettive gare, come non accadeva dalle Olimpiadi di Los Angeles 1984. Persino meglio di Tokyo, dove i finalisti sono stati dieci, sette in meno di Parigi.
Ma si sa, lo spettatore comune guarda alle medaglie, e l’atletica italiana ne ha riportate tre: una d’argento e due di bronzo, due in meno di Tokyo, dove sono state, per giunta, tutte d’oro. Due di queste, quelle di bronzo, sono arrivate dal settore salti, di cui è responsabile nazionale il professore Claudio Mazzaufo, giuliese di nascita, anno 1958, ma teramano di adozione, dove allena nella locale società Atletica Gran Sasso. Si è messo alle spalle la terza olimpiade come tecnico della nazionale, dopo le esperienze di Pechino 2008 e Tokyo 2021. «È stata l’olimpiade del dopo Covid, del ritorno alla vita», sottolinea Mazzaufo. «Un ambiente bellissimo quello all’interno del villaggio olimpico, quasi un’utopia che solo lo sport può offrire. Una coabitazione tra atleti di nazioni che fuori si fanno la guerra, ma che qui hanno vissuto senza la minima tensione».
E le polemiche finite sui giornali italiani riguardo agli alloggi e al cibo?
«Mi permetto di dire che sono state strumentali. Gli appartamenti erano accoglienti come quelli di qualsiasi rispettabile condominio, e nelle mense si mangiava bene. L’unico piccolo rammarico, è che non ho potuto godermi un po' di tempo libero. Ma meglio così, perché avevamo molti saltatori impegnati ogni giorno, dodici in tutto, che testimonia di un settore in salute».
Come giudica la spedizione azzurra dal suo punto di vista?
«La classifica a punti è il vero polso mondiale dell’atletica, che dà la reale consistenza di un movimento. Abbiamo stracciato colossi come Cina, Francia e Germania. E i risultati di vertice nell’atletica pesano molto di più di altri sport, perché il numero di federazioni che hanno atleti a medaglia o in finale è maggiore. In questa olimpiade ha vinto i 100 metri femminili un’atleta di un minuscolo Stato, Santa Lucia, nei Caraibi. È solo un esempio di quanto sia difficile essere competitivi nell’atletica mondiale».
Dagli atleti dei salti sono arrivati i terzi posti di Mattia Furlani nel lungo ed Andy Diaz nel triplo, ma anche i quarti posti di Larissa Iapichino nel lungo e Stefano Sottile nell’alto, il sesto di Elisa Molinarolo nell’asta e l’ottavo di Dariya Dercach nel triplo. Che lavoro c’è dietro?
«Innanzitutto, un elogio e un ringraziamento vanno fatti agli atleti e ai tecnici personali. Ecco, il segreto di questi risultati è il clima di collaborazione che si è creato tra il settore tecnico nazionale e i tecnici personali. Un rapporto improntato alla massima correttezza, ma anche schiettezza, senza giochini delle parti. Inoltre, il presidente Fidal Stefano Mei non ci mette pressione e ci lascia lavorare in piena autonomia. Sottolineerei anche il positivo tredicesimo posto di Sveva Gerevini nell’eptathlon, visto che sono anche responsabile delle prove multiple, e le prove di Claudio Stecchi nell’asta, quasi in finale nonostante i vari problemi fisici, e Ottavia Cestonaro nel triplo, recuperata all’ultimo momento dopo un’operazione».
Capitolo a parte, Gianmarco Tamberi, che ha trascorso un’Olimpiade da incubo a causa delle coliche renali, che l’hanno costretto due volte al ricovero.
«È stato stoico. Non so come abbia fatto a superare 2,22 metri in quelle condizioni. Qualsiasi altro atleta non sarebbe sceso in pedana».
Sono stati avanzati dubbi, da parte di alcuni commentatori di atletica, che gli Europei di giugno abbiano anticipato il picco di forma di alcuni atleti, non più recuperato per le olimpiadi.
«È un problema che non si pone. Alcune controprestazioni, come Fabbri nel peso e Simonelli sui 110 ostacoli, sono da attribuire a errori tecnici del momento o a sfortuna, non a una condizione deficitaria. I saltatori, ad esempio, hanno tutti confermato le prestazioni degli Europei, se non fatto meglio. A Parigi abbiamo affrontato il mondo, a Roma l’Europa».
Dietro gli attuali olimpionici spinge una nuova generazione di saltatori interessante. Una delle più promettenti è la triplista Erika Saraceni, milanese classe 2006, che porta in sè un po' di Abruzzo, visto che è figlia di Enrico Saraceni, noto quattrocentista di Fossacesia, tra i migliori in Italia tra gli anni Novanta e Duemila.
«Ma ce ne sono anche altri, come la collega Elisa Valenti e il lunghista Daniele Inzoli. Oltre al talento, la Saraceni ha il carattere giusto per fare atletica ad alto livello».
Roberto Ragonese
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