Moretti, un rosetano d’adozione tenta la scalata con Varese

5 Luglio 2015

Il tecnico lascia Pistoia: «Arrivo in una piazza storica della serie A che ha margini di miglioramento Una ricetta per il nostro movimento? Copiare il modello Nba o spagnolo. Servono regole precise»

ROSETO. Paolo Moretti, uno degli atleti più importanti della pallacanestro italiana, è diventato oramai un allenatore di primissima fascia nel mondo della pallacanestro nazionale.

Un grande risultato per un atleta che nel 2000, a soli 29 anni, fu costretto da una malattia fulminante ad appendere le scarpette al chiodo, unico e maledetto neo di un’annata strepitosa nella Roseto targata Cordivari, che conquistò la serie A vincendo a mani basse il campionato di A2.

Alla città di Roseto Paolo Moretti è ancora legatissimo, tanto da tornare ogni anno nel suo appartamento, proprio dietro l’Arena Quattro Palme, per godersi le vacanze. Il coach ha passato gli ultimi 6 anni e mezzo a Pistoia, chiusi con una promozione in serie A, i play off scudetto, ed un titolo di allenatore dell’anno in tasca.

Un’avventura che iniziò nel 2009 proprio grazie al Roseto, che in quei giorni sconfisse al PalaMaggetti Pistoia, con lei che fu chiamato a sedersi sulla panchina dei toscani. Da pochi giorni è invece ufficiale il suo passaggio a Varese: cosa lascia nella sua Toscana?

«Ho passato stagioni entusiasmanti a Pistoia, riportando la passione in una piazza che aveva già segnato profondamente la storia cestistica italiana. Una Legadue giocata al top e vinta, e poi due annate in serie A davvero ricche di soddisfazioni, anche personali. Lascio una piazza cui devo tanto, sarò con loro sempre riconoscente perché mi diedero una possibilità quando il telefono non squillava, fermo dopo un doloroso esonero a Brindisi.»

Va a sedersi su una panchina importante. Obiettivi?

«A Varese trovo una realtà che ha grandissimi margini di crescita, grazie ad un consorzio di oltre 40 soci che supportano la squadra, tutti spinti da grande passione. Vado con la consapevolezza che rischi e responsabilità sono grandi, ma ritengo di essere pronto per fare un’esperienza del genere. Arrivo ad una scia fatta di grandissimi allenatori, ultimo Caja, per questo affronterò l’avventura con umiltà, passione e senso di responsabilità. Non dimentico poi che su quella panchina sedette anche coach Sandro Gamba, che nel 1989 mi fece esordire in Nazionale».

Non è più l’unico Moretti del mondo del basket italiano: quest’anno ha condotto per mano suo figlio Davide facendolo esordire in serie A.

«Un grande merito per un ragazzo che ha fatto parte di quel gruppo che ha portato a Pistoia anche lo scudettino Under 17 quest’anno. E non è l’unico risultato delle giovanili quest’anno, visto che l’Under 19 Dng è arrivata a giocarsi la finale. Sono risultati che confermano il grande lavoro svolto, puntando moltissimo sulla crescita dell’individuo; credo che con Davide, ma anche con gli altri ragazzi con cui abbiamo lavorato, abbiamo fatto un ottimo lavoro».

Quella dei Moretti potrebbe diventare una dinastia: oltre a Davide c’è anche il piccolo Niccolò che gioca a minibasket, proprio in questi giorni impegnato nel camp di Roseto con coach Fonseca.

«Non posso che ringraziare Saverio Di Blasio e tutti quelli che con diversi ruoli hanno portato avanti il minibasket a Roseto. Per i miei bimbi questo posto è davvero qualcosa di speciale. Qui hanno imparato a vivere il basket non solo per il risultato di squadra, ma come motivo sociale di amicizia e divertimento».

Lei non è stato l’unico quest’anno ad allenare il figlio in serie A: coach Meo Sacchetti e suo figlio Brian hanno vinto lo scudetto a Sassari.

«È stato molto bello assistere a una finale così atipica come quella tra Reggio Emilia e Sassari, cui vanno i miei complimenti. È stato un premio per due realtà che hanno lavorato bene, investendo danaro e lavoro. Passa così un messaggio a tutto il movimento sportivo: le grandi città sono essenziali, ma l’attività sportiva e sociale può esser sviluppata e bene, anche in provincia».

Vive da anni ai massimi livelli del basket italiano: ha una ricetta per il futuro?

«Devono esserci regole precise, serie e costanti nel tempo. Copiare un modello tipo quello Nba o spagnolo ad esempio, non aiuterà a migliorare il movimento in profondità. Io sono dell’idea che il titolo sportivo è importante ma deve essere supportato da parametri societari e strutturali, senza i quali non si può essere ammessi a fare sport ad un certo livello. Invece, se ci fossero regole certe, ognuno potrebbe fare pallacanestro al livello che gli compete, facendo ad esempio giocare gli italiani senza pensare al rischio di perdere il titolo sportivo, o magari pensando solo ai risultati».

Ha seguito personalmente il trasferimento a Treviso di suo figlio Davide, che ha firmato un biennale. Treviso e Roseto sono nella A2 girone Est: come la mettiamo?

«Chiederò lo spostamento della partita di Varese e verrò a vederle, ovvio!».

Marco Rapone

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