Napoli piange il “Petisso”, Pesaola è morto a novant’anni

30 Maggio 2015

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NAPOLI. Un piede sinistro capace di disegnare con il pallone traiettorie perfette destinate ai compagni d'attacco, il cappotto portafortuna color cammello indossato da allenatore anche sotto il solleone, 40 sigarette fumate ogni giorno, anche di domenica sulla panchina, e un amore grande e smisurato per Napoli, «un posto dove non ti senti mai solo». Questo era Bruno Pesaola, il “Petisso”, che significa piccoletto (era alto 1 metro e 65), calciatore e allenatore, morto a Napoli alla soglia dei 90 anni. La sua geniale abilità sulla fascia sinistra del campo, le sue fantasiose strategie sulle panchine di mezza Italia, ma soprattutto una lingua saettante più del piede sinistro e una simpatia innata, ne hanno fatto uno degli uomini più amati del calcio, per oltre un trentennio. Nacque nel quartiere Avellaneda di Buenos Aires. Il padre, Gaetano, era un calzolaio di Montelupone, in provincia di Macerata, emigrato dopo la prima guerra mondiale in Argentina, dove aveva sposato una spagnola di La Coruna. Pesaola arrivò in Italia, ingaggiato dalla Roma, nel 1947 dopo aver giocato in patria per cinque anni nel River Plate, compagno di squadra del grande Alfredo Di Stefano. Da allenatore, a partire dal 1961, con Scafatese, Savoia, Fiorentina, Bologna, Panathinaikos, Siracusa, Puteolana). Si è ritirato nell’85, a 60 anni.