Nel mondo di Giulio, il predestinato in bici

14 Luglio 2019

La mamma Silvana: «Rinunce e sacrifici, è arrivato in alto da solo»

CHIETI. «Tornava da scuola, lasciava lo zaino e prendeva la bici. Era un terremoto, non si fermava mai. Scorrazzava sempre davanti casa. Quando la sera avevamo una festa, si arrabbiava e mi diceva: “Mamma, non posso fare tardi. Devo andare a dormire presto. Domani devo allenarmi”. Se oggi è arrivato così in alto, è solo grazie ai suoi sacrifici». La signora Silvana apre le porte di casa Ciccone e racconta l’infanzia del suo Giulio, quel ragazzino vivace e mingherlino cresciuto con la passione per le due ruote che a 17 anni ha lasciato il suo quartiere per inseguire un sogno. Un sogno che oggi sta realizzando: Giulio è il primo abruzzese ad aver indossato la maglia gialla al Tour de France.
La famiglia. Contrada Mulino, a Brecciarola di Chieti. Ecco la casa di Giulio Ciccone. Mamma Silvana, collaboratrice scolastica, e papà Roberto, dipendente Ater, stanno vivendo qualcosa di magico, inaspettato. Il successo di Giulio non ha cambiato il modo di essere dei genitori, sempre cordiali, sorridenti e cortesi. «Questa è la bacheca dei trofei», dice Silvana, indicando la coppa della maglia azzurra al Giro e la vittoria di tappa a Ponte di Legno ben in vista. Sulla sinistra, sulle scale che portano al secondo piano, c’è il trofeo Petritoli, il primo conquistato da Ciccone. «Giulio è sempre stato un ragazzo molto vivace», racconta la mamma, mentre prepara il caffè. «Andava sempre in bici. Io dal balcone gli dicevo di stare attento perché avevo paura che potesse finire sotto una macchina. Quando gli dicevo di lasciare la bici e di riposarsi, si arrabbiava. Una volta l’ho trovato che stava bagnando il terrazzo. Mi disse: “Mamma, devo allenarmi con la bici su un percorso scivoloso, altrimenti quando piove che faccio?”».
«Era difficile vederlo a piedi», dice il fratello Guglielmo. «Noi giocavamo alla play o a calcio, lui stava sempre con la bici. La sera non usciva, stava attento a quello che mangiava e andava a dormire prestissimo». La sorella Roberta è in cucina davanti al computer a recuperare le foto del fratello. Sul terrazzo c’è anche la cagnolina Carlotta. Arriva papà Roberto. Il suo cellulare è in tilt. Riceve centinaia di messaggi e di chiamate da parenti, amici e semplici conoscenti che vogliono complimentarsi per l’impresa di Giulio. «Stiamo ancora metabolizzando», dice il papà, «siamo una famiglia umile e non siamo abituati a questo clamore mediatico. Al Giro speravamo che si mettesse in mostra, al Tour non immaginavo potesse subito essere protagonista perché è stato portato per fare esperienza. Sta raccogliendo i frutti dei suoi sacrifici. Non mi ha mai chiesto il motorino, l’estate tutti i suoi amici andavano al mare, lui andava in bici. Ci ha sempre creduto».
La bici come una reliquia. Mentre i genitori raccontano il fenomeno Ciccone, Camillo De Leonardis si commuove. «È più forte di me, è un’emozione pazzesca. Giulio l’ho visto crescere». Camillo è stato il suo meccanico di fiducia. Ha l’officina a qualche metro di distanza da casa Ciccone. «Era un rompiscatole, me lo ritrovavo tutti i giorni in officina. Puliva la bici, gonfiava le gomme e se ne andava. Gli dicevo sempre: “Giulio, quando diventerei famoso, mi devi dare una percentuale dello stipendio”. Si vedeva che era un fenomeno, lo chiamavo il piccolo Pantani».
Il primo allenatore. Roberto Marracino lo ha visto crescere nella Pedale Teate del compianto Bruno D’Urbano, società ora gestita dal figlio Danilo. Marracino è stato più di un maestro. Lui e sua moglie Antonella Martino sono la seconda famiglia di Giulio. «L’ho allenato dai Giovanissimi fino agli Allievi (alla Juniores è stato seguito da Bruno Profeta, ndc)», dice Marracino. «Ha iniziato con la G4, era magro e rompiscatole. Quando sale sulla bici, vuole che tutto sia apposto: tuta, occhiali, sellino, ruote. È un perfezionista». La prima gara a Manoppello. «Alla prima curva stava per ammazzarsi. È passato tra un palo e un recinto. Nei Giovanissimi era l’eterno secondo, non vinceva mai. Dagli Allievi in poi è stato un crescendo. La corsa più emozionante è stata la Dino Diddi quando andò in fuga a San Baronto. Giulio ha sempre combattuto, è stato abituato a soffrire. Arriva sempre stremato. È uno scalatore, è un animale». Giulio tornerà a Brecciarola il 18 agosto e raccoglierà l’abbraccio della sua gente.
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