Nicolai: lavoro per la medaglia a Rio de Janeiro

L’ortonese è diventato l’icona della disciplina: «Il salto di qualità con le vittorie in Cina»
PESCARA. E’ diventato l’icona del beach-volley italiano, il primo azzurro a vincere una tappa del Grand Slam in coppia con Daniele Lupo. E’ accaduto per due volte nel 2014, entrambe in Cina. Nel 2012 è stato l’unico atleta abruzzese a partecipare alle Olimpiadi di Londra. Ormai, quando si parla di pallavolo sulla sabbia, è impossibile non fare il nome di Paolo Nicolai, il miglior giocatore italiano in attività. Il talento ortonese e il romano Lupo sono in vetta al circuito internazionale del Grand Slam e sono le sorprese di un movimento in continua espansione.
Paolo Nicolai, ieri, tra la tappa della scorsa settimana in Norvegia e quella che prenderà il via giovedì in Svizzera, ha fatto visita alla redazione de il Centro di Pescara. E si è raccontato: dagli inizi con la pallavolo al titolo europeo conquistato a giugno in Sardegna, passando per un percorso di crescita tutt’ora in evoluzione.
Nicolai, ormai è diventato una star del beach volley.
«Più che alla popolarità penso al lavoro e a migliorarmi».
Questo è l’anno del definitivo salto di qualità.
«Io e Daniele Lupo avevamo l’obiettivo di vincere almeno una tappa del Grand Slam e di ben figurare agli Europei. Nessuna coppia italiana c’era risucita in precedenza. E visto come sono andate le cose (già due tappe vinte, in Cina, e titolo continentale in bacheca, ndr) non ci possiamo lamentare. Adesso vogliamo alzare l’asticella e cercare di vincere qualche altra tappa. L’obiettivo a medio termine era e resta Rio de Janeiro, le Olimpiadi».
Per fare che cosa?
«La speranza è quella di portare a casa una medaglia».
Che cosa vi ha fatto compiere il salto di qualità? Qual è stato il punto di svolta?
«C’è stato un percorso di crescita iniziato con i titoli internazionali vinti a livello giovanile. La crescita è stata costante e ora iniziamo a raccogliere le prime vittorie».
Che cosa serve per fare bene nel beach volley?
«Prima di tutto talento, poi l’altezza, il fisico (è alto 203 centimetri per 97 kg di peso, ndr) e la tecnica di base. Certo, sotto al sole e sulla sabbia serve anche la resistenza fisica».
Si guadagna bene nel beach-volley?
«A livello di tornei italiani si gioca più che altro per passione. A livello internazionale sì. C’è l’ingaggio della federazione e ci sono i premi (i due tornei del Grand Slam vinti in Cina hanno fruttato alla coppia Nicolai-Lupo circa 241mila euro, ndr)».
E lei ha messo in piedi anche una società di beach volley?
«Si chiama Beach volley Team, svolge solo attività giovanile e coinvolge circa 150 ragazzi. Cerchiamo di impartire un’idea di beach volley professionale, non solo amatoriale».
Ricorda il primo torneo ufficiale?
«Era il 2005, a Pescara, alla Croce del Sud».
Era l’anno del famoso rifiuto?
«Si riferisce al no alla serie A1? Avevo 16-17 anni, ero palleggiatore dell’Impavida Ortona e alcuni club, da Macerata e Trento, mi volevano. Detto francamente, non avevo voglia di allontanarmi da casa. Poi, il destino ha voluto che girassi il mondo con il beach volley...».
Quali erano i suoi modelli da ragazzo?
«Mio padre Rino (dottore all’ospedale di Ortona, ndr) e mio fratello Carlo (ricercatore a Oxford, ndr) mi hanno indirizzato verso la pallavolo e quella era l’epoca della “Generazione dei fenomeni” di Julio Velasco».
Quanto è importante la tattica nel beach volley?
«Ad alti livelli è fondamentale. Anche se poi più che la tattica a fare la differenza è la battuta. Che può essere orientata su questo o quel giocatore. C’è molto lavoro anche al video per analizzare i colpi sotto rete di questo o quel giocatore».
I suoi punti di forza?
«Dovreste dirlo voi...».
Muro e battuta?
«Diciamo di sì».
La coppia più forte in circolazione?
«Rosenthal-Dalhausser, gli statunitensi sono fortissimi. E poi le coppie brasiliane e lettoni».
Dopo le due vittorie iniziali dell’anno è cresciuto anche il livello delle aspettative nei vostri confronti?
«In effetti è così. Per noi era importante compiere l’ultimo salto di qualità. Ovvero vincere qualche tappa. Ormai siamo entrati nel novero delle coppie che possono vincere o perdere con tutti. E così dopo aver trionfato in Cina siamo usciti agli ottavi a Stavanger, in Norvegia. Dobbiamo assestarci a questi livelli per continuare a crescere in ottica Rio de Janeiro 2016».
Ormai lei e Lupo siete due icone del beach-volley.
«Le vittorie hanno portato popolarità. Ce ne rendiamo conto dalle chiamate dei giornalisti o dalle richieste di servizi fotografici... Ma, detto ciò, la mente è rivolta al campo e agli allenamenti; non ci sentiamo realizzati».
Lei ha già partecipato alle Olimpiadi, a Londra.
«E’ il massimo per un atleta. E’ il torneo che tutti vorrebbero giocare».
Com’è messo a social network?
«Sono su Facebook, ma non sono un patito».
E gli altri sport?
«Seguo un po’ il basket».
E il calcio?
«Sono tifoso dell’Inter, ma non seguo molto il pallone».
Quali sono i suoi miti dello sport?
«Michael Jordan e Federer, tanto di cappello. Generalmente, adoro il campione che parla con i fatti, in mezzo al campo. Non lo sbruffone».
Sta seguendo i Mondiali di calcio?
«Un po’, ammiro la Germania che mi dà la sensazione di un progetto tecnico programmato negli anni. E’ l’emblema dello sport tedesco, diverso dal nostro in cui prevale una cultura differente».
Quando non fa beach volley?
«D’inverno vado al cinema con la mia fidanzata (spettatrice dell’intervista in redazione, ndr)».
Per il resto non fa altro che girare il mondo?
«Ma vedo poco o niente, più che altro aeroporti e campi di allenamento».
@roccocoletti1
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