Palpacelli, talento buttato per colpa di alcool e droga

16 Febbraio 2019

A 48 anni l’ex promessa della racchetta decide di raccontarsi in un libro  in cui parla degli eccessi e delle possibilità avute con Panatta e la Nazionale 

PESCARA. Alla fine, non si saprà mai se Roberto Palpacelli sarebbe stato davvero “il più forte di tutti”. «Chi da giovane sceglie solo di divertirsi perché non capisce il motivo di doversi impegnare in faccende difficili e noiose, si condanna, da adulto, a non divertirsi mai». E se a dirlo è lo stesso Palpacelli, detto “il Palpa”, che a 48 anni ha deciso di raccontare la sua storia, quella di un ragazzo che poteva diventare un autentico fuoriclasse del tennis, ma che ha sprecato in maniera incredibile un enorme talento, la cosa assume un significato particolare. Racchiuso in un libro, edito da Rizzoli e scritto a quattro mani con il giornalista Federico Ferrero, dal titolo “Il Palpa. Il più forte di tutti”. Ovvero “vita, match e miracoli del più grande talento mancato del tennis italiano”.
Un libro che si allunga in maniera disinvolta quanto incisiva sulla vita di un personaggio pronto a presentarsi subito a modo suo. «Non uso internet, non ho un computer. Non so cosa sia una app ed il mio telefono fa solo due cose: chiama e risponde. Odio la tecnologia e mi piace guardare le persone negli occhi. Poi l’incontro con Ferrero e la decisione di raccontargli la mia vita. Cosa che avevo sempre evitato di fare». Gli inizi al circolo tennis di Pescara per poi cominciare a fare sul serio quando il padre Giovanni, già calciatore di buon livello e dipendente di un istituto di credito, viene trasferito all’Aquila dove Roberto si mette subito in evidenza tanto che la famiglia lo manda spesso a Roma ad allenarsi al circolo Parioli. Emerge il genio, ma anche la sregolatezza. Quando non si diverte comincia a tentare colpi impossibili finendo per perdere partite già vinte. Ma con la racchetta in mano è comunque di un altro passo, notato da Paolo Bertolucci che lo segnala subito ad Adriano Panatta, all’epoca direttore tecnico della Fit. «Un mancino, la palla gli esce che è una meraviglia. Non c’entra niente con quelli della sua età».
Panatta raccoglie la segnalazione, lo vede giocare e lo chiama per farlo entrare nel gruppo della Nazionale. «Pensiamo a tutto noi, dormirai con gli altri al residence Parioli». Macchè. La replica del Palpa, prima tappa di una carriera mai iniziata, è perentoria. «In questo lager non ci voglio stare un giorno di più, altro che venirci a vivere».
Anni dopo, una riflessione. «Già allora ero altrove, vicino ma lontanissimo. Giocavo, ma ero da un’altra parte, con la testa e con il cuore».
Intanto la famiglia si era trasferita a San Benedetto del Tronto e Roberto, che tutti chiamavano Virgola, perché magrissimo, si allenava al circolo Maggioni, a due passi dalla spiaggia, ma anche dalla “balaustra” sul lungomare dove si era aggregato ad un gruppo di giovani tossicodipendenti e alcolisti. «Avevo già cominciato a fumare ed arrivò il giorno dell'eroina. Il mio primo tiro: una sensazione fantastica». Già. La federazione tennis, nel frattempo, gli dà un’altra possibilità convocandolo per la Coppa Europa a Sciacca dove una sera viene trovato completamente ubriaco e subito allontanato dal ritiro. Le porte della Fit sono definitivamente chiuse e delle sue dipendenze si rende conto anche la famiglia che cercherà sempre di stargli vicino. La vita del Palpa precipita. Spende tutto in alcol e droga, finisce in una comunità e poi, in due settimane, butta via i soldi per giocare un mese di tornei in India.
Si torna a casa, alla tossicodipendenza, all’alcolismo e ad ogni forma di eccesso rischiando più volte la vita. Il resto è l’immagine di tanti tornei Open, dove, anche a quarant’anni, fumando magari la solita Marlboro tra un set e l’altro, ha avuto facilmente ragione, con il suo strepitoso talento, di avversari giovani e ben quotati. «Mi sono sollevato diverse volte per poi ricadere tornando ad essere il solito tossico che ogni tanto gioca a tennis». Analisi spietata quanto sincera e da apprezzare. A margine, una fitta aneddotica spesso smentita dallo stesso Palpacelli. Magari, non avrà "battuto tre volte Becker" oppure "vinto una partita tenendo in mano una bottiglia di birra", ma è stato comunque protagonista di diversi episodi fuori dalle righe, raccontati nel libro, in linea con un personaggio che, pur senza compiacimento per una vita spericolata, non esprime nessun rimpianto.
Anche ora che ha voltato pagina tornando a vivere a Pescara con la compagna Enza ed il figlio Andrea. «Non immagino mai sfide con campioni che non ho incontrato. La cosa che non rifarei è far star male chi ha vissuto periodi tremendi per causa mia. Mi bucavo oppure bevevo per spegnere il male dentro di me senza accontentarmi di ciò che avevo». Comunque un libro che “si fa leggere”. «Cercando di ricostruire», sottolinea lo stesso Ferrero, «il cammino di un ragazzo che avrebbe potuto, ma non ha. Pur lasciando in tutti, comunque, un segno. Me compreso».
Giuseppe Rendine
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