«Per ripartire ci serve un campione»

Alessandro Petacchi parla del ciclismo italiano in affanno
PINETO. Sabato, a Pineto, dopo un’intensa giornata dedicata al ciclismo con varie manifestazioni per Abruzzo Open Day Summer, il campione di ciclismo Alessandro Petacchi, ritiratosi nel 2015, quest’anno commentatore al Giro d’Italia, ci ha concesso una interessante intervista per parlare di vari temi inerenti il mondo del ciclismo. L’ex velocista ha iniziato parlando del tema della sicurezza: «In questa giornata, ho avuto modo di fare una sgambata sulle strade teramane insieme ad altri cicloamatori. Poi ho presenziato al convegno sulla ciclopedonale adriatica che darà 130 chilometri di pista ciclabile all’Abruzzo. È un bel passo avanti, ma credo che bisognerà stare attenti a come gestirla e organizzarla sotto il profilo della sicurezza; inoltre, bisogna fare delle distinzioni, perché chi pratica il ciclismo a livello agonistico utilizzerà comunque le strade, e anche queste dovrebbero essere curate meglio per creare meno pericoli possibile. Visti anche gli ultimi tragici episodi, penso che nel rapporto tra ciclisti e automobilisti il rispetto debba essere reciproco. In tanti sbagliano, da una parte e dall’altra. La sicurezza nel ciclismo non va intesa solo come quella sulle strade, ma anche a livello fisico. Chiunque lo pratichi, anche a livello amatoriale, dovrebbe confrontarsi con un medico e con un nutrizionista per non far andare fuori giri il proprio corpo, bisogna dosare al meglio sforzo, riposo e idratazione».
Petacchi ha poi parlato del momento che sta vivendo il ciclismo italiano: «Viviamo una periodo di flessione. Manca attualmente il grande campione, il trascinatore, come ne abbiamo avuti fino a pochi anni fa. Penso che sia un problema di cambio generazionale e di scarsezza di squadre giovanili. Sono comunque fiducioso, a livello dilettantistico c’è un bel movimento e qualche buon elemento verrà fuori. Manifestazioni come questa, a Pineto, e il ritorno del Giro d’Italia Under 23, sicuramente fanno bene al movimento, magari si potrebbe collaborare anche con le scuole per far avvicinare di più i giovani al ciclismo. Bisognerebbe tornare a investire di più anche se mi rendo conto che è difficile per i costi».
Il discorso si è poi spostato sul momento del suo ritiro e sul suo futuro: «Ho avuto la fortuna di decidere quando smettere, capisci quando è arrivato il momento, a lungo andare diventa sempre più difficile gestire soprattutto il recupero. Ho gestito l’addio al ciclismo professionistico serenamente, conscio di aver dato tutto in vent’anni e chiudendo al Giro d’Italia, che reputo la gara più bella. Mi è piaciuto fare il commentatore quest’anno, nella nostra corsa a tappe, ripeterò l’esperienza per la prima settimana del Tour de France. Ho potuto guardare e leggere la corsa da un altro punto di vista, la mattina dell’ultima tappa ho provato la crono e ho capito subito che Dumoulin avrebbe vinto il Giro. Era una tappa troppo adatta a lui, che è uno specialista».
Roberto Marchione
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