Più di un allenatore, per 20 anni la città ai suoi piedi

25 Gennaio 2021

Due promozioni in A, istrionico e controcorrente. Quando essere galeoniani era un modo di vivere disinvolto

PESCARA. Dice di essersi divertito nei primi 80 anni della sua vita. In effetti non si è fatto mancare niente. Vive a Udine, ma ha Pescara nel cuore. Ha scritto alcune delle pagine più belle del calcio biancazzurro. Ha conquistato due promozioni in serie A.
Più di un allenatore. Ma Giovanni Galeone non può essere raccontato con i numeri e le statistiche. No, Galeone a Pescara è leggenda. Ha segnato un’epoca. Ha saputo interpretare il sentimento e l’anima della città di Gabriele D’Annunzio attraverso il calcio. È amato non (solo) per le vittorie, ma perché essere galeoniani è un modo di vivere tra la seconda metà degli anni Ottanta fino al Duemila. Oltre che di giocare a pallone. Significa essere audaci. Osare, essere sfrontati a costo di sembrare sbruffoni. Pensa positivo in campo e fuori. Sempre all’attacco con il suo 4-3-3, un marchio di fabbrica che nel 1986, quando arriva per la prima volta a Pescara, permette a una banda di ragazzini alle prime armi di manifestare tutto il proprio talento. Società con poche risorse, squadra ripescata in serie B all’ultimo momento al posto del Palermo e l’inizio di una cavalcata trionfale fino alla promozione in serie A con quel gol di Roberto Bosco al Parma di Arrigo Sacchi all’ultima giornata che manda in visibilio la città e l’Abruzzo. Di Galeone anche l’unica salvezza biancazzurra in serie A, le altre volte la squadra è subito retrocessa. Pescara ai piedi del figlio di un ingegnere dell’Ilva. Famiglia di medio-alta borghesia, carriera da calciatore (centrocampista) senza acuti; la partenza in panchina sulla stessa falsariga. Fino a Pescara, chiamato dal ds Franco Manni, dove è amore a prima vista con la città. Un amore che dura ancora oggi. Eterno.
Il personaggio. È uno dei primi fautori della zona integrale. Diventa un po’ alla volta un personaggio, di quelli che dividono. O con lui o contro. Istrionico, libertino e spesso controcorrente. Amante del bello più che del concreto. Per decenni a Pescara si fronteggiano galeoniani (la maggioranza) e non. Dalla sua parte chi ama il calcio offensivo e una vita godereccia e disinvolta; dall’altra quelli più seriosi, più concreti ed essenziali. Per certi versi scontati.
Gli anni magici. A Pescara è parte attiva della vita sociale. Come dimenticare l’inaugurazione della stazione di Pescara quando la sera prima del taglio del nastro passano l’allenatore biancazzurro e il sindaco Piscione a benedire il nuovo scalo ferroviario. Erano gli anni che essere amici del Gale era un distintivo da esibire. Erano tempi memorabili perché insieme ai fasti della squadra di calcio c’era una città che si espandeva e cresceva. Tutto lo sport ad alti livelli, non solo il calcio. Dalla pallanuoto al basket, passando per la pallavolo. Pescara è ‘nu film, dicevano, e come tutti i film vantava partecipazioni straordinarie. Dal 1988 al 1993, ogni anno, a maggio e a settembre arrivava Ayrton Senna. Scendeva dopo i Gran Premi di Imola e Monza ospite del compianto Gino Pilota, mecenate, anfitrione, re delle notti in spiaggia e in discoteca, personaggio del tutto organico allo spirito dei tempi e, ovviamente, amico di Galeone.
Erano anni magici con migliaia di tifosi che si muovevano per andare in trasferta. Le frecce biancazzurre e i viaggi in pullman. Il sabato prima della partita del Pescara (all’epoca si giocava sempre di domenica) c’era il rito del brindisi. Nello spogliatoio del Gale entrava una selezionata rappresentanza di giornalisti e il tecnico offriva un bicchiere di champagne, mentre rispondeva alle loro domande. Roba d’altri tempi se si pensa alle conferenze stampa paludate dei giorni nostri. Uomo colto e affascinante, una manna per i giornalisti: regala sempre un titolo a effetto. Riti scaramantici, cene di metà settimana e quant’altro. Galeone non è solo l’allenatore del Pescara a più riprese. Tutt’ora è un simbolo. Per anni gli allenatori soffrono la sua ombra. Da Mazzone a Castagner, tanto per fare qualche esempio: falliscono tutti nell’intento di conquistare la tifoseria che ha in mente solo lui. Sì, perché nessuno riesce a legare con la città come Giovanni Galeone, personalità da vendere, amante degli autori francesi e intenditore di vini. Sempre con una Marlboro in bocca. Va via e poi torna. Si lascia e si prende con Pescara. Viene anche contestato, ma nessuno è amato come lui, il Profeta. Sì, per anni lo chiamano così in città.
La dolce vita. Fa tendenza qualunque cosa dica o faccia. Sono i tempi in cui l’economia galoppa e c’è la corsa per rifarsi il guardaroba da “Manuel” in via Sulmona, per andare a cena al mare da Eriberto. Poi tutti a bere qualcosa al bar di Thomas o a piazza Salotto, prima di correre in discoteca all’Honeypot o al Niagara a Silvi Marina. Pescara “la lussuriosa”, come da celebre definizione di Galeone, in contrapposizione alla Udine “moglie fedele e affidabile”.
Alla sua corte sono cresciuti giocatori che sono diventati grandi allenatori nel tempo: da Max Allegri a Gian Piero Gasperini, passando per Marco Giampaolo. Amato, ma non da tutti. Un tempo sembrava che a Pescara non si potesse fare calcio senza il Profeta. Quasi per sfida il compianto Pietro Scibilia lo riporta a Pescara nel 1990 con una squadra malandata in caduta libera verso la C: prima la salvezza e poi un’altra promozione in A, nel 1992, a consacrare l’immortalità del mito. Tutti ai suoi piedi. Venerato come un Dio. Torna un’altra volta alla fine degli anni Novanta, ritrovando i fedeli Allegri e Massara, però non va bene. Ma rimane il Profeta.
Due partite simbolo. La vittoria (2-0) a San Siro contro l’Inter di Trapattoni nella prima giornata di serie A nell’estate del 1987. Gol di Galvani e Sliskovic, biancazzurri applauditi da 60mila spettatori. L’altra all’Adriatico, 13 settembre 1992, persa 5-4, contro il Milan di Sacchi e Van Basten che quel giorno segna tre reti. Una gara memorabile ricca di emozioni e gol, un inno al calcio spettacolo. Certo, ci sono anche le imbarcate nella storia. La più umiliante quella del 23 ottobre 1988 a Napoli 8-2 contro i partenopei guidati da Maradona e Carnevale. Tanti giocatori valorizzati dal calcio di Galeone, a partire da bomber della prima promozione, Stefano Rebonato. Ma anche alcuni presi di mira. Come dimenticare Marco Savorani (oggi preparatore dei portieri della Roma) e la celebre frase «nel mio calcio il portiere è un optional» dopo Pescara-Milan 4-5 del 1992. Oppure Giuseppe Compagno, l’ala che la società gli compra e che lui detesta perché non affine al suo calcio.
Ancora oggi vive a Udine, ma appena può scappa a Pescara. Nel marzo 2013 l’ultimo approccio, l’ipotesi di tornare alla guida dei biancazzurri in serie A ormai condannati alla retrocessione. Questa volta dice no per non inficiare l’alone della leggenda che lo avvolge tutt’oggi. A 80 anni per i pescaresi resta il Profeta, il mito di più generazioni. (r.c.)
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