Quando Bobo-gol segnò al portierone Tacconi

16 Marzo 2015

Roberto Di Nicola: «In serie A con il Como e 111 reti fra i professionisti»

AVEZZANO. Centoundici gol nel calcio dei professionisti hanno sempre lo stesso autore: Roberto Di Nicola. C’è stato un tempo in cui il bomber di Avezzano era all’undicesimo posto nella speciale classifica dei marcatori italiani di tutti i tempi, subito dietro Maurizio Ganz, e preceduto da veri signori del gol come Francesco Totti e Roberto Baggio.

Di Nicola, è tempo di amarcord?

«Direi proprio di sì. Ormai sono un pensionato del calcio».

Ci racconti gli inizi.

«La mia passione nasce in parrocchia, prima nella chiesa di San Pio X e poi al Don Orione di Avezzano. La generazione 1961-1962 ha sfornato tanti atleti di livello nella mia città, come Ersilio Cerone, Salvatore Rivo, Roberto Torti, Lamberto Paris, Massimo Petrini… Tutti o quasi siamo andati a giocare con la prima squadra dell’Avezzano. Ho esordito in maglia biancoverde nel 1978 e segnai subito due gol al Francavilla. Avevo 17 anni e in quella stagione il Teramo fece di tutto per portarmi via. Andai a fare un provino ma Guido Liberati si oppose in modo deciso per farmi restare».

Un altro anno con l’Avezzano e poi il grande salto.

«Mi chiamò il Como, in serie A, e l’Avezzano non potè dire di no. Ma si oppose il destino. Quell’anno mi ruppi la tibia e rimasi sei mesi fermo. Fu anche il periodo più duro della mia carriera. Ero un ragazzino, mi trovavo fuori da casa e per centodieci giorni dovetti portare il gesso».

Ma Di Nicola non si arrende. E diventa Bobo-gol.

«Credo di essere un tipo caparbio, da buon marsicano. Nel 1981 ho fatto il mio esordio in serie A, in un Como-Udinese. Nella squadra friulana c’era un certo Causio. Il primo gol nella massima serie l’ho realizzato contro l’Avellino».

Se lo ricorda?

«Come dimenticarlo. Un cross dalla destra e anticipo tutti con uno stacco di testa, la mia specialità. A difendere i pali dell’Avellino c’era Stefano Tacconi, che poi sarebbe diventato il portiere della Juventus e della Nazionale».

Dopo Como ha girovagato un bel po’ per lo Stivale.

«L’anno dopo c’era da fare il servizio militare. Così andai alla Pro Patria. Poi Treviso e Piacenza. Col Piacenza perdemmo gli spareggi per andare in B. Ma fra i cadetti andai ugualmente perché mi acquistò la Sambenedettese. Due anni splendidi quelli a San Benedetto del Tronto, che ricordo molto volentieri. Il capitano era Gigi Cagni, poi c’erano Annoni, Turrini, Selvaggi. Con la Samb misi a segno undici reti».

Nel suo curriculum c’è anche un incontro con Zeman.

«Conclusa la parentesi Sambenedettese andai al Parma di Zeman. Una delle migliori persone incontrate nel mondo del calcio. La sua filosofia era chiara: più calciatori porto nella metà campo avversaria e più possibilità ho di far gol. L’anno prima al Parma c’era stato Arrigo Sacchi, passato al Milan. Con Zeman si doveva fare un bel campionato e le premesse c’erano: in estate vincemmo contro Real Madrid, Milan e Roma. Ma all’inizio del torneo facemmo due punti in sei partite. Il pubblico di Parma è esigente. La società voleva dare dei rinforzi a Zeman, ma lui era convinto di poter fare bene con il gruppo che aveva. Fu esonerato e al suo posto arrivò Vitali. Con una filosofia opposta a quella del boemo…».

Avezzano la sua città... lei subito una bandiera.

«Con la maglia biancoverde ho segnato tanto, anche se professionalmente parlando il periodo più bello resta quello alla Sambenedettese. Ma penso che con l’Avezzano abbia segnato uno dei miei gol più importanti, quello a Teramo, all’ultima giornata di campionato, che ha ci ha consentito la storica promozione in C1. Ancora ho i brividi se penso ai festeggiamenti nella mia città».

Ci racconta una curiosità?

«Io ed Ersilio Cerone siamo cresciuti insieme, visto che abitavamo anche nella stessa palazzina di Avezzano. Ci siamo ritrovati da avversari in serie B. Lui con la Triestina marcava me, attaccante della Sambenedettese. Pareggiammo».

Ha rimpianti?

«Nessuno. Sono contento di quello che ho fatto. Penso di avere raccolto bene dopo avere seminato bene».

Ci sono differenze tra il suo calcio e quello di adesso?

«Il gioco è sempre lo stesso. Sono gli interessi che cambiano. Forse prima c’era più unità in uno spogliatoio, oggi prevalgono l’egoismo e l’individualismo, vengono meno molti valori».

Per questo non è rimasto in questo mondo?

«È un aspetto che non ho mai preso in considerazione. Ho deciso di non accettare più quel tipo di vita. Voglio una vita più normale e poi non penso di essere portato per fare l’allenatore. Ci sono dei miei amici, tipo Gigi Cagni, che erano allenatori già quando giocavano. Mi rendevo conto che non ero come loro».

Un consiglio a chi vuole fare questo mestiere?

«Quello di guardare i buoni esempi. Il calcio è impegno e sacrificio. Zeman diceva che i calciatori sono dei bambini viziati, ed è vero. Il calcio deve essere innanzitutto disciplina. Non facciamoci illudere da esempi tipo Balotelli e Cassano, dotati sì di talento ma fragili dal punto di vista comportamentale. Ai giovani direi di seguire altri esempi, come Totti, Del Piero, Scirea, Baresi, Maldini».

E un allenatore cui ispirarsi?

«Non posso che dire Zeman, un uomo dalle doti umane e professionali».

Quindi se lei guidasse una squadra s'ispirerebbe al modello Zeman?

«Mi piacerebbe di più un modello Conte. Può fare bene anche in Nazionale, anche se la differenza la fanno sempre i giocatori».

Lei parla di valori. Quanto è stata importante la famiglia nel suo percorso professionale?

«Tantissimo. Ho smesso con il calcio anche per stare vicino alla famiglia. Mia moglie Mariella – ci siamo conosciuti da ragazzini – mi ha sempre seguito. Adesso sono io che seguo lei».

Che cosa fa Di Nicola adesso?

«Il pensionato. E gioco nel calcio amatoriale, con la squadra del Chiosco Torlonia di Avezzano».

Tifoso?

«Mi piaceva la Juve di Conte per come giocava. Ma sono sempre stato tifoso dell’Inter, fin dai tempi di Boninsegna. Lui era il vero Bobo-gol».

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