Quando Chieti sognava con il calcio

18 Aprile 2019

Gol e divertimento, squadra in simbiosi con la città e capace di vincere la C2 in scioltezza

CHIETI. Un’estate particolare, quella del 1990, in casa neroverde.
La squadra veniva da due stagioni positive ma poi naufragate sul filo di lana e, negli ambienti della tifoseria, serpeggiava un certo malumore fino ad intaccare anche la fiducia nell’impeccabile società, guidata da patron Mario Mancaniello, che inseguiva, in maniera dichiarata, la promozione in serie C1. Un campionato che sembrava al sicuro perso ai calci di rigore contro la Ternana, poi un’altra stagione da protagonista e una lotta fino all’ultima giornata con il Fano e il Baracca Lugo, guidato da Alberto Zaccheroni, a prevalere nella giornata in cui si scatenava, all’Angelini, una veemente contestazione nei confronti del tecnico Tony Giammarinaro. «Al quale lo stesso Mancaniello era molto legato»,spiega Claudio Garzelli, al tempo già qualcosa di più di un giovane e bravo direttore sportivo. «Il patron, un po’ sfiduciato, mi diede carta bianca nella scelta del nuovo allenatore, mentre Giammarinaro era passato alla Vastese. Pensai subito ad Ezio Volpi che già era stato a Chieti diversi anni prima, lasciando un ottimo ricordo. Bravo tecnico e persona dalle grandi doti umane con il quale provare di nuovo, stavolta senza proclami, a raggiungere la promozione. Una scelta vincente». Come quella di far tornare in neroverde il portiere Dario Marigo e, soprattutto, il bomber Stefano Sgherri, per una stagione a Ravenna.
Il gruppo di giocatori era più o meno quello degli anni precedenti, legato parecchio con la città, consapevole di averne deluso le aspettative, concretizzate in una presenza costante sugli spalti, sia in casa che in trasferta, e in un affetto che bisognava ricambiare. C’erano il grintoso terzino Gabriele Consorti, detto l’avvocato per la sua abilità dialettica, il capitano Gabriele Morganti, esperienza e compostezza che lo porteranno a scrivere altre pagine importanti nella storia neroverde, il fluidificante, allora si chiamava così, Vincenzo Feola al quale, a fine allenamento, lo stesso Volpi imponeva una quantità industriale di cross dalla linea di fondo, e il piccolo e talentuoso Mimmo Presicci, capace di mettere assieme giocate che ora si vedono su Sky. Poi, ancora, l’estro di Giovanni Pagliari, attaccante di categoria superiore che sembrava non dovesse invecchiare mai e sempre pronto a raccontare la doppietta messa a segno al Milan con la maglia del Perugia, il centrometrista Pallanch, se in giornata padrone assoluto della fascia destra, e il difensore centrale Peppe De Amicis, inesorabile colpitore di testa. A centrocampo arrivò, dalla Lodigiani, l’elegante, sia in campo che fuori, Mauro Picconi e, dalla stessa società romana, in autunno, un jolly come Gianni Cavezzi. Non si capiva bene quale ruolo avesse ma tornava sempre oltremodo utile. Poi i vari Simeoni, De Massis, Bellandrini, Colazzilli e un buon gruppo di giovani che cominciava a mettersi in evidenza sotto lo sguardo paterno di Ezio Volpi, il cui garbo riusciva a far mandare giù rimbrotti a volte terribili. A completare lo staff, la passione del viceallenatore Rossano Di Lello, del dottor Paolo Tamburro e del fisioterapista Mino Ianieri. I senatori? Morganti e Pagliari. «Erano loro», ricorda Stefano Sgherri, «a rapportarsi con allenatore e società. Molto diversi ma estremamente incisivi. Ed ascoltati».
Una partenza lanciata, la squadra cominciava a convincere anche se le delusioni del recente passato inducevano alla prudenza. Si cenava al Magico Alvermann o allo Chez Vous e si organizzavano feste dappertutto. «La realtà cittadina, insomma, veniva vissuta in pieno pur percependo che, nonostante il primato in classifica, nessuno voleva parlare di promozione», continua Sgherri. «La prima sconfitta arrivò dopo diversi mesi, nonostante una bella prestazione, a San Benedetto del Tronto, e proprio nell’occasione, paradossalmente, capimmo che era davvero la stagione giusta. Un cammino trionfale in un crescendo di rinnovato entusiasmo fino alla certezza della C1, arrivata a quattro giornate dal termine, con un netto successo sul Martina quando segnai su un calibratissimo cross, peraltro di sinistro, dell’avvocato Consorti. Roba da matti. Davvero un anno particolare». Particolare anche per Giovanni Pagliari che molti ricordano ancora con la chitarra a tracolla nel trascinare i compagni in esibizioni canore: «Un gruppo di veri amici e un indimenticabile rapporto con la città. Dai pranzi dalla signora Lella al ristorante Nino in piazza della Trinità, all’affetto, comunque discreto, che nessuno, anche per strada, ti faceva mai mancare».
Tanti ricordi per Vincenzo Feola, che ha trascorso diverse stagioni in neroverde: «Un grande rapporto con i tifosi e la società in un clima di rispetto reciproco. Ancora oggi mi emoziono nel sentir parlare di Chieti dove sono tornato di recente, purtroppo, per l’ultimo saluto a Enzo “Cipolla”. Più di un amico, praticamente un fratello». Il gruppo, nel tempo, si è tenuto in contatto attraverso WhatsApp e, ai primi di maggio, si ritroverà a cena nel ristorante gestito da De Amicis a Torano Nuovo. Magari finendo per cantare tutti insieme “Jesahel” dei Delirium, come in occasione della festa in piazza per la promozione. Comunque una bella pagina nella storia dello sport cittadino. Alla quale, sono passati quasi trent’anni, i tifosi dai capelli brizzolati sono particolarmente legati. Con la nostalgia che ti prende per il calcio di una volta. Di quando, tornando a casa dallo stadio, aspettavi di vedere in televisione i gol della serie A in “Novantesimo minuto”.
Giuseppe Rendine
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