Quel Mondiale a sorpresa che ridestò e unì gli italiani

L’11 luglio 1982 in Spagna vinse il gruppo di Bearzot spinto da orgoglio e passione
Che notte, quella notte in cui non venne mai buio. Quella volta il cielo rimase azzurro e nessuno andò a dormire, perché era troppo bello seguire un’invisibile cometa che stava ridisegnando nei nostri cuori il concetto di gioia. Per chi l’ha vista e per chi non c’era, questa è la storia di una magia che fece scoprire agli italiani la letizia di essere campioni del mondo senza averne avuto la speranza. Anzi, andò oltre: donò un sentire comune a un Paese diviso su tutto. E, subito appresso, la rivisitazione di un sentimento sopito o mai sbocciato, quello dell’appartenenza. Un colpo d’ala che contribuì ad allentare tensioni e a costruire ciò che oggi pare scontato: le feste di piazza, i tricolori al vento, l’inno che risuona e riscalda.
Faceva un caldo pazzesco, 40 anni fa, quell’11 luglio del 1982, quando l’Italia vinse il più incredibile dei Mondiali di calcio e scoprì quasi in un solo colpo la bandiera, l’inno e uno spirito di comunità che fino a quel giorno era molto sullo sfondo. Perché erano gli anni del missile contro il Dc9 di Ustica, della bomba alla stazione di Bologna, dei colpi di pistola contro papa Wojtyla. E del terrorismo agli sgoccioli e con il fresco tributo pagato con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, leader del maggiore partito di allora, la Democrazia Cristiana.
Quella notte che non fu mai tardi fu preceduta da giorni da batticuore. Andarono esaurite ovunque tutte le scorte di stoffe verdi, bianche e rosse e in ogni casa si misero a cucir bandiere delle quali fino a pochi giorni prima non si sentiva il bisogno. Fu il Mondiale che ci fece inventare quella voglia di far festa che oggi conosciamo bene, che nel 2006 chi aveva l’età giusta fu in grado di replicare sapendo cosa fosse. Allora invece erano in pochi a poter dire «io c’ero»: i titoli del ’34 e ’38 erano dinosauri.
QUANTA DIFFIDENZA
C’era molta Italia di oggi in quella di 40 anni fa, non solo l’afa: c’era il tipico sentimento italiano di salire sul carro del vincitore, c’era come oggi una dirigenza sportiva al di sotto della decenza, pronta a infamare i propri giocatori dopo le partite iniziali quasi disastrose per poi attribuirsi il merito della resurrezione. E ci fu anche un cattivo giornalismo, piegato agli interessi territoriali, alla pancia dei tifosi, in grado di scatenare una violenta campagna anti-azzurra. In testa i giornali romani, incapaci di guardare oltre il Grande raccordo anulare e che mal sopportavano l’esclusione del capocannoniere, il giallorosso Roberto Pruzzo. E subito dietro quelli di Milano, meno feroci ma comunque indispettiti dal fatto che il fantasista nerazzurro Evaristo Beccalossi non fosse con gli altri azzurri in Spagna. Naturalmente, dopo, gli stessi che avevano scatenato l’inferno si misero a titolare “Eroici”, “Fantastico”. E c’era un pesantissimo clima di sfiducia verso la classe politica, con l’inflazione galoppante al 16,4%, con scandali freschi come quelli della P2, con la faccia peggiore della mafia sempre in mostra. Al punto che al presidente del Consiglio in carica, Giovanni Spadolini, fu vivamente sconsigliato di presentarsi in tribuna. Cosa che invece non accadde con Sandro Pertini, politico antipolitico pur impersonando la massima carica istituzionale, quella di presidente della Repubblica.
Pertini partì per Madrid per assistere alla finale. La sua gioia con la pipa in mano, il suo labiale «non ci riprendono più» dopo il terzo gol di Alessandro Altobelli è ancora gioia per gli occhi. Il presidente orgoglioso dei giocatori e del ct Enzo Bearzot, al punto da riportare la squadra in Italia con l’aereo di Stato. Quello della partita a scopone con Bearzot, Dino Zoff e Franco Causio. Il presidente che rifiutò gli elicotteri per portare lui e la squadra da Ciampino al Quirinale: «Non possiamo deludere la gente che aspetta da ore sotto il sole». Il presidente che cacciò i ministri e il presidente del Coni, Franco Carraro, dal tavolo d’onore del pranzo ufficiale («Che vadano al ristorante») per tenere accanto a sé Zoff e Bearzot. Il presidente che quella coppa non volle mai toccarla: «No, no, io la coppa non la tocco, l’hanno vinta loro, è soltanto la loro».
FRA ORGOGLIO E PASSIONE
Furono giornate di grande orgoglio, di passione popolare alla fine di un mese cominciato in un clima più che ostile. Bearzot a Roma prese a schiaffi una ragazza di vent’anni che gli gridava in faccia «Scimmione bastardo» perché non aveva convocato il suo idolo Beccalossi. La sua replica («Come ti permetti, potrei essere tuo padre») ebbe come seguito il pentimento in lacrime della ragazza che corse fino all’aeroporto per chiedere scusa. Bearzot la abbracciò: «Accetto le critiche ma non le offese».
E di offese certo ce ne furono, come le illazioni sulla vita privata di alcuni giocatori: l’attaccante Francesco Graziani fu accusato senza prove di aver perso al casinò 70 milioni di lire (36 mila euro, con la rivalutazione 150 mila euro di oggi), Antonio Cabrini e Paolo Rossi di essere amanti per una foto sul balcone e per una frase scherzosa di Claudio Gentile («Il sesso? Dopo dieci giorni senza vedere una donna anche Bruno Conti sembra Ornella Muti»). Nacque così il padre di tutti i silenzi stampa. Ovviamente poi si disse che portò bene, con il solo taciturno capitan Zoff ancor più abbottonato del solito, spedito a parlare con i giornalisti. Che nel frattempo non risparmiarono veleni, soprattutto all’usurpatore Paolo Rossi, convocato dopo due anni di squalifica per una controversa storia di calcio scommesse (poi assolto dalla giustizia ordinaria) e non in piena forma. Il sentimento era così diffuso che anche lo stesso Rossi a un certo punto cominciò a crederci. Specie dopo la seconda sfida, quella con il Perù, quando fu sostituito nell’intervallo e lanciò una scarpa contro il muro. Bearzot gli disse di pensare alla prossima. Non ne prese una che è una nelle prime tre partite, quelle di un girone quasi da pianto, tre pareggi che bastarono per andare avanti come seconda del gruppo e finire in un quarto di finale a tre al limite dell’impossibile: prima Argentina e poi Brasile. Allora sì che il pessimismo cosmico si diffuse nel Paese, ancor di più delle quotazioni di un sondaggio internazionale (le scommesse erano ancora clandestine) che davano agli azzurri l’uno per cento di possibilità di vincere il titolo, come Perù e Cile.
LA FUGA DALLE SPIAGGE
COME SEGNO DI FIDUCIA
E invece accadde ciò che nessuno s’attendeva. Le partite degli azzurri (finale a parte) si giocavano tutte alle 17,15, ma la sfiducia diffusa non impedì la fuga di massa dalle spiagge. Con l’albiceleste vincemmo 2-1 e quella fu la sfida in cui Gentile non fece toccar palla a Diego Armando Maradona e che accese le speranze, anche se c’era ancora lo scoglio Brasile e la necessità di vincere perché la differenza reti premiava i verdeoro, che avevano battuto l’Argentina per 3-1.
Eravamo in 32 milioni davanti ai televisori e diventammo quasi 37 per la finalissima, vette mai più neanche avvicinate. Con il Brasile accadde quello che di solito si trova solo nelle favole: Rossi smise di essere la pietra dello scandalo e divenne Pablito segnando tre gol. Vincemmo 3-2 con tanto di batticuore finale per una parata di Zoff sulla linea di porta. E da lì in poi, anche se non provava a dirlo quasi nessuno, ci sentimmo campioni del mondo. Già dopo la vittoria con l’Argentina erano spuntati i primi cortei a suon di clacson e bagni nelle fontane e dopo il Brasile fu l’apoteosi, l’inizio di un rito replicato negli anni a venire anche per le vittorie nei primi turni, quasi a evocare quei trionfi rimasti nei cuori di chi c’era.
La semifinale della sfida bis alla Polonia non se la ricorda quasi nessuno, tanto era ritenuta una formalità. Quell’11 luglio invece sì: l’Italia si fermò e non smise di convincersi che sarebbe andata bene anche quando Cabrini sbagliò un rigore. Ci pensarono Rossi e poi Tardelli con quella corsa sfrenata e quel grido “goooooool, goooollll”, inno alla gioia di tutti noi. Era l’Italia che voleva essere l’Italia. Dopo segnò Altobelli, ci fu lo show di Pertini e l’inutile gol tedesco. Sì, eravamo campioni del mondo senza averne avuto la speranza. Fuori non era cambiato niente, solo che ci svegliammo da una notte senza sonno e non eravamo più quelli di prima.
Oggi, quarant’anni dopo, la gioiosa e ripetuta manutenzione dei ricordi può riportare in vita la memoria di sensazioni irripetibili. Perché Enzo Bearzot e gli azzurri non solo vinsero un Mondiale, quella volta presero per mano il nostro essere italiani e ne fecero molto di più.
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