Rabottini: ho perso tutto per colpa del doping

6 Agosto 2016

Il corridore pescarese: riparto da zero, voglio tornare più forte di prima

PESCARA. «Avevo tutto nella vita, l’ho perso. E sono ripartito da zero». A quasi 29 anni (li compirà il prossimo 14 agosto) Matteo Rabottini ha voltato pagina. Da qualche mese è tornato a correre con il team Continental Meridiana (affiliato in Croazia) della famiglia Giallorenzo. Due anni di squalifica per doping e poi la ripartenza. Da maggio in sequenza Giro di Romania, di Slovacchia, di Slovenia e di Cina.

Rabottini, come sta?

«Adesso bene, sono appena tornato dalla Cina. La gamba va e i risultati sono incoraggianti».

Come è stato riaccolto dal gruppo?

«Direi abbastanza bene, il tempo aiuta a dimenticare e a suturare le ferite».

Ritorno emozionante?

«Sono tornato a correre. A fare il mio lavoro, l’unica cosa che so fare».

Perché un ciclista decide di doparsi? Di ricorrere all’Epo.

«Per cercare una scorciatoia. Non andavo più come prima e allora ho ceduto alla tentazione. Ho sbagliato, ho pagato e ora voglia ripartire».

Per tornare ai vecchi fasti personali?

«Se possibile, vorrei anche fare meglio. Ce la sto mettendo tutta per dimostrare che si può vincere anche senza doping».

Anche a 29 anni?

«Certo, perché no?».

Era agosto del 2014.

«Il 7 agosto del 2014, per la precisione. Al mattino arriva la notizia della convocazione in Nazionale per i Mondiali e al pomeriggio giunge quella della positività all’antidoping».

E lei?

«Mi avevano garantito che nessuno mi avrebbe beccato. Avevo fatto il controllo una settimana prima, a Pescara. Potevo rifiutarmi e invece ho detto sì. Tanto mi avevano garantito che sarei uscito pulito dall’antidoping...».

E invece è andata diversamente.

«Volevo avere di più. E invece ho perso tutto».

Ad esempio...

«Sul piano economico, dell’immagine e dei sentimenti».

Per essere più precisi.

«La mia compagna mi ha lasciato e la famiglia mi ha allontanato».

Brutta botta.

«Tremenda. Fino a quel momento avevo avuto una carriera in discesa. Sono passato professionista nel 2011 e dopo qualche gara ho vinto una tappa del Giro di Turchia. Poi, nel 2012, la vittoria di una tappa del Giro d’Italia. Andavo fortissimo. Nel 2013 i primi cedimenti e nel 2014 la decisione di prendere una scorciatoia».

La rifarebbe?

«No, assolutamente. Scherza?».

Sarebbe disponibile a fare da testimonial per l’antidoping?

«Certo, volentieri. Certe cose le capisci solo se le vivi sulla tua pelle».

Una fiala da 300 euro.

«Proprio così, me l’ha data un ex corridore dell’Est. Ho fatto il suo nome alla procura antidoping».

In precedenza ha avuto altre tentazioni?

«No, nessuna. Non ne avevo bisogno, andavo forte».

Prima Di Luca, poi Rabottini e infine Taborre, tutti positivi all’antidoping.

«Ma la mia storia è diversa da quella di Di Luca».

Di Luca sostiene che così fanno tutti nel ciclismo.

«Non lo so, non penso. E comunque adesso ai controlli non sfugge niente. Impossibile farla franca».

La famiglia? Gli amici?

«Ho una nuova compagna, Corinne, che mi ha aiutato molto a superare i momenti difficili. Devo dire grazie a mio nonno, Guido. Mi è stato molto vicino».

E gli amici?

«Beh, alcuni sono scomparsi, altri invece sono arrivati. E poi comunque ho avuto la fortuna di avere al mio fianco l’avvocato Enrico Della Cagna che mi ha aiutato».

Due anni trascorsi come?

«Mi sono volati via senza nemmeno accorgermene. Talmente tanti i guai da fronteggiare che non mi sono accorto del tempo che passava».

La bici?

«Mi sono sempre allenato, ogni giorno. Non è stato facile, perché pedalare senza un obiettivo è difficile sul piano mentale. Attraverso amici in comune mi si è presentata questa possibilità (la Meridiana, ndr) e ora sono impegnato a ripagare la fiducia della famiglia Giallorenzo. Tra l’altro, mi preme aggiungere che anche durante l’inattività ho proseguito il programma Adams dei controlli periodici».

Il ct Cassani come l’ha presa?

«Male, molto male. L’ho incontrato qualche tempo e ci siamo parlati a quattr’occhi».

E suo padre Luciano, ex corridore professionista?

«L’ha presa male, molto male».

E lei?

«Io non ho ammazzato nessuno. Ho fatto del male a me stesso, questo sì. Ho sbagliato, ho ammesso le mie responsabilità. E ho pagato. Ora voglio una seconda possibilità, me la giocherò a modo mio».

Come?

«Sono diventato più cattivo sulle due ruote. Ho fame di rivincita».

Il rapporto con la gente?

«Buono, ho un buon rapporto con i tifosi. Sono cambiato; ho perso tutto quello che avevo. Probabilmente, l’avessi fatta franca sarei stato tentato nuovamente dal doping. Dopo l’inferno, invece, certe tentazioni non ce le hai più».

@roccocoletti1

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