Rumignani: il catenaccio? Un’arte

Dopo la gara di Bari la memoria dei tifosi è tornata al 1993 e allo 0-0 di Firenze: «Che battaglia!»
PESCARA. Dopo la prestazione di martedì sera a Bari dici catenaccio e pensi subito a Rumignani. A Pescara, almeno, è ancora così nonostante siano passati più di venti anni da quella partita di Firenze che vide i biancazzurri strappare lo 0-0 dopo novanta minuti sotto l'incessante assedio dei viola. Era fine ottobre del '93, Rumignani faceva il suo esordio sulla panchina pescarese. Dall'altra parte uno squadrone, con Toldo, Pioli, Effenberg, Batistuta. «Una battaglia», racconta il tecnico friulano, «già nel primo tempo si contavano i feriti, con Dicara colpito alla testa e Loseto che perdeva sangue dopo uno scontro con un avversario. Quando l'arbitro fischiò il riposo mandai di corsa il massaggiatore nello spogliatoio per fargli togliere gli specchi, temevo che i miei, vedendo come erano ridotti, si spaventassero. Lottarono come leoni, per me fu una impresa visto oltretutto che finimmo la partita in nove per le espulsioni di Gaudenzi e Nobile. A distanza di anni quel giudizio negativo ancora mi ferisce anche perché quella salvezza conquistata col Pescara ha ancora un posto importante tra i ricordi più belli della mia carriera».
Giorgio Rumignani, 75 anni a dicembre e nonno felice, oggi vive a Lignano, col calcio ha chiuso a Treviso nel 2010, alle spalle una carriera lunghissima che lo ha visto su 31 panchine diverse lungo tutto lo Stivale, da Mestre fino a Palermo. «Questa storia del catenaccio un po' mi fa rabbia», continua, «ho pur vinto sette campionati, in Abruzzo ho portato su il Teramo e il Francavilla e anche quel mio primo anno a Pescara fu esaltante. Carnevale, che pure era un campione, in quella stagione segnò 14 gol che è il suo record. Un giorno mi disse: “Mister, mi trovo meglio con lei che con Vicini in Nazionale”. Sui calci piazzati eravamo letali. C'era Nobile che aveva un sinistro magico, Andrea sbucava sul secondo palo e spesso faceva centro».
Già, le punizioni: «Penso di essere stato tra i primi a dare enorme importanza alle palle inattive. Avevo conosciuto a Mestre Gianni Vio, un autentico mago delle punizioni che oggi lavora col Milan, cominciai a studiare e ad applicare le sue soluzioni e i suoi schemi molto prima che lo scoprisse Zenga al Catania. Almeno per questo penso di aver anticipato i tempi, altro che catenaccio…».
La novità di questi ultimi anni invece è l'allenamento a porte chiuse, anche per tutta la settimana: «Ed è una cosa che mi fa incavolare da matti. Non ci ho mai pensato, nemmeno quando ero ultimo in classifica e contestatissimo. Ritengo che sia un modo per allontanare la squadra dalla gente, facendo anche perdere sicurezza e autostima ai giocatori che, di questo passo, un giorno chiederanno di allenarsi nello spogliatoio. No, le porte chiuse mai, non è così che si crea un gruppo compatto e coeso che resta poi la prima ricetta per provare a far bene. Sì, il gruppo, la voglia di lottare insieme, è questa la spinta che deve dare un allenatore, altro che storie».
E i giovani? «Mi piace ricordare che a Monza, ad Andria e a Pescara ne ho lanciati tre, tutti portieri e tutti e tre finiti in Nazionale. Parlo di Abbiati, Lupatelli e soprattutto De Sanctis. Morgan non me lo avevano mandato nemmeno in ritiro; lo feci venire con noi, lo mandai in campo contro il Venezia e lui parò il rigore a Vieri. Un fenomeno già da ragazzino. Qualche giorno fa mi ha chiamato al telefono: “Mister, mi ha detto, ho comprato casa a Roma, ho deciso di mettere una sua statua nel giardino, i capelli li faccio biondi o bianchi?”».
Per chiudere un consiglio ai tifosi pescaresi e a Baroni: «In questo momento serve soprattutto pazienza, isterismi e polemiche non pagano. E se fossi il tecnico andrei con la squadra a piazza Salotto, il pericolo non lo eviti se ti metti gli occhiali…».
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