Sammartino: da ragazzo soffrivo di febbre reumatica

Il campione a Pizzoferrato per l’inaugurazione di una statua in suo ricordo «Dopo i combattimenti per lenire i dolori dormivo immerso nell’acqua fredda»
PIZZOFERRATO. Quando sbarcò negli Stati Uniti a soli 13 anni, la cosiddetta “Leggenda vivente del wrestling” non ottenne il visto per l’ingresso sul suolo americano perché soffriva di febbre reumatica. Alla seconda visita medica - come se all’esame militari lo avessero fatto “rivedibile” - l’ingresso gli fu consentito a patto, però, che si sottoponesse a continui controlli di salute. Nessuno avrebbe mai pensato che qualche anno più tardi sotto quelle gracili membra di ragazzetto riservato ed educato, giunto dall’Abruzzo affamato dell’immediato dopoguerra, potesse celarsi uno dei più grandi wrestler del mondo: Bruno Leopoldo Francesco Sammartino, nato a Pizzoferrato il 6 ottobre 1935: lo “Stallone italiano”, come viene anche chiamato oltre “Sansone italiano”: l’idolo che portò il Madison Square Garden per 188 volte al tutto esaurito, detentore del record di 2.803 giorni (circa 7 anni e sei mesi) di World Heavyweight Championship, titolo confermato anche una seconda volta per 1.237 giorni, per un totale di 11 anni (4.040 giorni) come campione.
Nei giorni scorsi Sammartito, insieme ad alcuni amici fedelissimi che vivono con lui a Pittsburgh, negli Usa, è tornato in paese dove il sindaco Palmerino Fagnilli, insieme all’amministrazione comunale e alla comunità locale, gli ha dedicato una statua in cui il campione del mondo del wrestling pare benedire il parco giochi dei bambini con il pugno sinistro mostrato in alto in segno di vittoria e la mano destra che tiene il primo titolo vinto nelle svariate sfide mondiali ai quattro angoli della terra.
Centoventi chilogrammi di peso, 1,78 di altezza: questo è Sammartino, che Arnold Schwarzenegger annovera tra gli amici di lunga data. Il suo stile di combattimento era orientato principalmente verso il mat wrestling. Ma a renderlo famoso fu l’azione da brawler, da rissaiolo, con l’uso di manovre e mosse che richiedevano una forza notevole. Insomma, neanche tanto il classico bravo ragazzo dietro il quale c’era una montagna di muscoli curati in maniera maniacale.
«Ho combattuto per 24 anni», racconta Sammartino nella hall del Delberg Palace Hotel di Pizzoferrato, «per un totale di 7.270 gare tutte quasi vinte. E quando sono stato sconfitto era soltanto perché mi avevano squalificato durante qualche incontro, mai per essere andato con le spalle al tappeto. Ho combattuto in tutto il mondo ad eccezione dell’Italia e questo resta il mio più grande rammarico. Mai ho preso medicine per svolgere la mia attività, mentre in 17 anni in questo sport sono morti 147 lottatori e tutti per problemi legati all’assunzione di steroidi. Ho subito 4 interventi chirurgici alla schiena, uno al ginocchio, uno alla spalla e uno al cuore. Il collo, invece, mi si è rotto durante una gara e stetti un mese in ospedale. Pensa tu che alla fine di ogni combattimento, per i tanti dolori che avevo dormivo con due cuscini sotto la testa e immerso nell’acqua gelata. La vita del wrestler è fatta per finire a terra, nel ring e fuori dal ring: quindi, ci si fa male quando si va giù. Ho colleghi che sono rimasti paralizzati dopo un combattimento. Ho tre bravi medici a disposizione, ma uno di loro non voleva che tornassi adesso nel mio paese. Ho insistito molto per partecipare alla mia festa insieme ai fans di Pittsburgh e ai compaesani ed eccomi qua, anche se sono già dispiaciuto perché devo ripartire». Oggi Sammartino pesa all’incirca 100 chilogrammi. «Negli anni migliori da atlleta mangiavo di tutto: al mattino 12 uova, una pagnotta di pane, cereali con il latte. A pranzo pane e pomodoro e prosciutto. Alla sera sono arrivato a consumare anche un chilo di pasta. Mi piacevano polenta, carte d’agnello e di pollo, pesce».
Sabato scorso ad accoglierlo a Pizzoferrato c’era tutta la comunità locale riunita nel parco giochi dietro il municipio anche per il gemellaggio con Pittsburgh - la città dell’acciaio, da sempre ribattezzata “Pizzoburgo” - proprio nel nome di Sammartino. «Qui torno poco», conclude Sammartino, «e questo mi addolora molto. Ho girato tutto il mondo ma con certezza posso annunciare che un Paese come l’Italia non esiste: questo è il Paese più bello del mondo. E non è una questione di cuore, la mia: è la pura e semplice verità». Dopo un’oretta in cui si concede al cronista del Centro, la leggenda vivente del wrestling sale sul pullman che lo porterà a Fiumicino e da lì negli Stati Uniti. «Fammi andare», conclude Sanmmartino, «ca me stenghe a sendì malamende».
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