Solito trionfo: stavolta col retrogusto amaro

Chiellini e Barzagli gli unici ad aver sempre vinto dal 2012 a oggi
Uno scudetto - il 35° della serie - tanto annunciato quanto scontato. Praticamente non c’è mai stata partita. La Juventus è sempre stata in testa alla classifica e vincendo le prime otto partite ha messo subito in chiaro il proprio potenziale. Il 14 di ottobre il primo mezzo passo falso con l’1-1 casalingo contro il Genoa che poi al ritorno ha inflitto la prima sconfitta ai campioni d’Italia. D’altronde, se a una squadra che vince il titolo da sette anni togli Higuain e aggiungi Cristiano Ronaldo, il miglior giocatore al mondo insieme a Lionel Messi, non può che conquistare lo scudetto ad aprile. Eppure non era così scontato che la Juventus si rialzasse dalle macerie di Calciopoli - estate del 2006 con la retrocessione in serie B - in maniera così decisa da avviare un’epoca di dominio assoluto. Sono otto scudetti di fila, come mai avvenuto in Italia. E nei principali campionati europei. Una forza dirompente che nasce dalla società capace di portare il fatturato della stagione 2017-2018 a superare i 400 milioni di euro, una potenza di fuoco che in Italia i rivali possono solo ammirare. Un management che negli anni ha sempre vinto rinnovandosi. Sempre migliorandosi, fino a ingaggiare quello che era il sogno proibito, ovvero CR7. Pochi i punti fermi: la proprietà, ovviamente, una parte del management, visto che a settembre c’è stato il divorzio dall’ad Beppe Marotta e due difensori: Giorgio Chiellini e Andrea Barzagli (ultima stagione in carriera), gli unici sempre in campo in questi otto anni di trionfi. Agli archivi passerà come lo scudetto di Cristiano Ronaldo, il giocatore più impiegato e il cannoniere più prolifico. Il campione acquistato per la Champions in serie A si è preso subito la scena. Sin dalla scorsa estate quando è stato preso dal Real Madrid per 117 milioni più 30 milioni di ingaggio all’anno per tre stagioni. È lui la stella della Juventus, anche se all’inizio è spesso Mandzukic a fare la differenza. È il croato che decide i big-match, salvo poi andare in letargo negli ultimi mesi. In ombra Dybala, rispetto alla passata stagione caratterizzata da 22 gol, forse il giocatore che più degli altri ha “pagato” l’arrivo di CR7. È il primo anno senza Buffon tra i pali, ma Szczesny non lo fa mai rimpiangere. C’è la forza della difesa in cui spicca capitan Chiellini, protagonista di una delle sue miglior stagioni in carriera. Bene anche il figliol prodigo Bonucci, di ritorno dall’esperienza milanista durata appena un anno. Più spazio, dopo la partenza a gennaio di Benatia, a Rugani che smania dalla voglia di prendersi un posto da titolare. Sul piano del gioco la Juventus le cose migliori le fa vedere quando gioca bene Pjanic, ormai calatosi nei panni del regista. Emre Can impiega qualche mese per ambientarsi, poi tutti, vedendolo giocare specialmente negli ultimi mesi, capiscono perché la Juve l’ha strappato al Liverpool. Una piacevole sorpresa, almeno nei primi cinque mesi, è Joao Cancelo, l’anno scorso all’Inter. Con il tempo si è capito che quei 40 milioni spesi per il cartellino del portoghese sono un buon investimento. Lo stesso dicasi per Bernardeschi in crescita, come l’uruguaiano Bentancur che vanta il maggior numero di presenze in campionato nell’organico bianconero. È il campionato di Moise Kean, il 19enne che a suon di gol e di prestazioni lascia immaginare un futuro radioso. La certezza a centrocampo resta Matuidi, uno che si vede poco, ma pesa tanto nell’economia del gioco. Così come Khedira. Stagione con più bassi che alti per Douglas Costa; trascorsa più in infermeria che in campo per Cuadrado. De Sciglio si conferma un terzino di buon livello, ma non eccelso. Buone prospettive per Spinazzola tornato in campo dopo l’infortunio.
Tutto bene in serie A. Ma degli otto scudetti vinti consecutivamente questo ha un retrogusto amaro, perché all’inizio della stagione il popolo bianconero aveva alzato il tiro fino alla Champions, per via dell’ingaggio di Ronaldo, e l’eliminazione è troppo fresca e dolorosa per non sconfiggere la sindrome di assuefazione al tricolore.

