Calcio

Tanto genio e sregolatezza: mezzo secolo firmato Domenico Morfeo

15 Gennaio 2026

Compleanno speciale per l’ex calciatore marsicano: domani compirà 50 anni. Dalle giovanili dell’Atalanta allo scontro con Emre all’Inter per un calcio di rigore

Talento a iosa. Fin troppo, a volte sprecato. Comunque un orgoglio marsicano, perché quando si parla di calcio in Abruzzo il pensiero non può che andare a Domenico Morfeo. Tecnica pura, un dieci baciato dal dono del saper dare del tu al pallone. Domani compirà 50 anni, mezzo secolo di vita. Di genio e sregolatezza, almeno nel calcio. Oggi fa l’imprenditore. Il calcio le manca, gli è stato chiesto e lui: «No, anzi mi fa schifo quello che vedo. Non tornerei mai. Lo trovo un mondo falso». Chiaro il personaggio? Oggi vive a Parma dove tra l’altro gestisce un rinomato ristorante. È nato a San Benedetto dei Marsi, il 16 gennaio 1976. Talentuoso quanto discusso, a volte lezioso, dal carattere rivedibile. Uno degli ultimi geni del calcio, incapace però di sfondare ai livelli che gli sarebbero stati propri. «Mi piaceva giocare al calcio, non correre. Il pallone non suda, dicono: meglio far correre lui, allora», la sua massima. E poi: «Avevo le qualità per essere titolare in Nazionale, non ho avuto la testa. Poi a un certo punto il resto aveva preso il sopravvento sul calcio e sulla mia voglia di giocare, così ho smesso. Non mi divertivo più. Oggi gestisco il mio ristorante a Parma e sono felice, la vita non finisce con il calcio». In pratica in queste dichiarazioni rilasciate qualche mese fa a La Gazzetta dello Sport c’è tutto Domenico Morfeo che vive lontano dall’Abruzzo, ma non ha mai reciso il cordone ombelicale che lo lega alla Marsica dove qualche anno fa ha avviato anche un centro commerciale. Bisogna riavvolgere il nastro e partire dagli anni Novanta per capire il personaggio. Carattere per niente facile. «Ho litigato con tanti, direi quasi con tutti. Quello del pallone è un mondo senza amicizie, fatto di rapporti di convenienza. Se devo fare un nome, di chi mi ha davvero deluso, dico il presidente del Parma Ghirardi. Io sarei sceso anche in B, lui invece mi ha fatto la guerra. Ma il tempo è galantuomo... si è visto che persona era».
Gli inizi. A 14 anni era già considerato uno dei maggiori talenti del calcio italiano. A scoprirlo furono l’osservatore dell’Atalanta Bixio Liberale e il compianto Mino Favini, il responsabile del settore giovanile orobico, che decisero di portarlo a Bergamo. Lì, in pochi anni il talento marsicano ha fatto vedere cose incredibili, bruciando le tappe nelle varie graduatorie della Dea, tanto che nel dicembre 1993, a soli 17 anni, è arrivato a esordire in prima squadra in serie A, dopo aver vinto scudetto Allievi e Primavera e il Torneo di Viareggio con Prandelli allenatore . Al termine di quell’annata, nonostante la retrocessione in B, Morfeo segnò 3 reti e si conquistò un ruolo di primo piano nella formazione. L’anno seguente, e il suo apporto fu decisivo al ritorno dell’Atalanta in A. Dove torna a nemmeno 20 anni da stella della squadra allenata da Emiliano Mondonico: comoda salvezza e finale di Coppa Italia, segnando in tutto 12 gol. Un sinistro fatato che gli vale il soprannome di "piccolo Maradona". Nello stesso anno divenne un elemento importante della rosa dell’Italia U21 guidata da Cesare Maldini, che nel 1996 conquistò l’Europeo di categoria. Una generazione piena di talento, in cui figuravano nomi come Christian Panucci, Fabio Cannavaro, Alessandro Nesta, Francesco Totti, Damiano Tommasi e Gigi Buffon. Tra tutti questi, però Domenico Morfeo spiccava per talento e fantasia, con il solo Totti a contendergli il ruolo di stella di quella formazione.
Per chi non lo ha visto in campo, è bene spiegare che tipo di giocatore Morfeo fosse: trequartista classico a vedersi, dal raffinato piede sinistro e dal fisico brevilineo, si sprecarono i paragoni con Roberto Baggio. Nell’attacco dell’Atalanta era capace sia di segnare sia di far segnare, servendo assist. Non è un caso che la vera annata d’oro fu in realtà quella seguente, 96-97, quando si fermò a soli 5 gol ma consacrò coi suoi passaggi Filippo Inzaghi, facendolo diventare capocannoniere della Serie A.
Estate 1997. Arriva il momento del salto di qualità e la scelta ricadde sulla Fiorentina di Cecchi Gori, che versò 8,5 miliardi di lire all’Atalanta per portarglielo via. C’era Malesani in panchina. Morfeo era stato preso per fare da vice a Rui Costa. Poi, arrivò anche il brasiliano Edmundo. A fine anno, deluso, chiese la cessione e venne così prestato al Milan. Non c’era spazio per lui nel 3-4-3 di Zaccheroni. La stagione si concluse con la vittoria dello scudetto, ma il suo apporto fu minimo. A 22 anni, Domenico Morfeo non era ancora riuscito a lasciare il segno. Era snobbato dalla Fiorentina e ceduto in prestito. Ad esempio passò, senza lasciare traccia, dal Cagliari (dov’era chiuso da Fabian O’Neill), quindi si trasferì al Verona con Cesare Prandelli, che lo aveva allenato nelle giovanili dell’Atalanta. «Il migliore», dirà Morfeo.
Ancora Fiorentina con Terim e nel gennaio 2001 fu rimandato all’Atalanta. In una squadra giovane e gestita da Giovanni Vavassori, Morfeo poteva finalmente tornare a brillare nella sua condizione ideale. Posizionato in campo dietro a Nicola Ventola e Maurizio Ganz, sembrò recuperare nuovamente la fiducia perduta. Era così pronto a riconquistarsi la Fiorentina, con Roberto Mancini che, partito Rui Costa, gli mise sulle spalle la maglia numero 10. Ma a Firenze le cose andavano già male e la stagione si chiuse con la retrocessione.
All’Inter. Svincolato, Domenico Morfeo aveva l’occasione per ricominciare, a 25 anni, scegliendo una nuova destinazione. Massimo Moratti, da sempre innamorato dei talenti purissimi e romanticamente discontinui, lo prese. A Morfeo venne affidata la maglia numero 10. Ma bel presto si rivelò un pesce fuor d’acqua. Hector Cuper, l’allenatore dei nerazzurri, giocava con il modulo 4-4-2, che ovviamente non contemplava il trequartista. Poca gloria: un gol in Champions League contro il Newcastle. Poi, tutto andò a rotoli. Ai quarti di finale di Champions contro il Bayer Leverkusen, l’Inter si vide assegnare un rigore: avrebbe dovuto batterlo Emre Belozoglu, ma Morfeo s’impuntò che spettava a lui, e alla fine ebbe la meglio; tirò, ma il portiere dei tedeschi parò. Le immagini del litigio tra i due nerazzurri su chi dovesse tirare il penalty non piacquero a Cuper, che poco dopo sostituì l’italiano. Da lì in avanti, il suo impiego si ridusse e a fine stagione la separazione tra Morfeo e l’Inter fu inevitabile.
Rinascita a Parma. Nuova esperienza al Parma, in quella che poi sarebbe divenuta la squadra in cui si è trovato meglio, trascorrendo in Emilia ben cinque stagioni, tutte in serie A. L’anno prima, i gialloblù avevano avuto un’ottima stagione con una spettacolare coppia d’attacco composta da Adrian Mutu e Adriano, ma in estate il rumeno si era trasferito al Chelsea, e serviva un nuovo giocatore al suo posto. Morfeo non era esattamente il profilo tattico ideale – più centrocampista che seconda punta – ma Prandelli, che aveva sempre avuto un debole per lui, volle scommetterci sopra di nuovo.
Ma ancora una volta, quando le cose sembravano andare dalla parte giusta ecco la sorpresa. Dopo Firenze, anche a Parma Morfeo si ritrovò in una squadra con enormi problemi economici, legati a quello che sarebbe poi divenuto noto come Crac Parmalat. A gennaio Adriano era tornato all’Inter, e come prima punta era esploso Alberto Gilardino, anche grazie agli assist del marsicano. L’anno successivo, senza più Prandelli in panchina, si rivelò in realtà quello dell’avvenuta maturità. Con la squadra in subbuglio e la società in difficoltà, si impone come leader tecnico in campo, arrivando a segnare 8 gol in totale: la sua miglior prestazione realizzativa dal 1995/1996 all’Atalanta.
Il suo apporto fu decisivo per la salvezza del Parma, e continuò a esserlo anche nelle stagioni successive, anche invecchiando e nonostante le cessioni periodiche dei migliori elementi della rosa. Nel 2007/2008, infine, l’annata peggiore, più per la squadra in generale che per lui: solo 12 presenze, complici anche gli infortuni e l’approdo (per un breve periodo) di Cuper in panchina. Penultimo in Serie A, per il Parma arrivò la retrocessione.
Morfeo scese in B, ma cambiando squadra e passando al Brescia, dove però non si vide quasi mai, e a gennaio scese nuovamente di categoria per giocare una manciata di partite nella Cremonese, dove ritrovò Mondonico. Nel 2010, dopo circa un anno di stop, tornò a giocare a 34 anni in Seconda categoria nella squadra del suo paese natale. (red. spo.)
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