Tarquini, una vita di corsa: «Io, Schumi e la Formula 1»

24 Novembre 2021

A 59 anni lascia: «Niente rimpianti, ma in carriera ho perso treni importanti»

GIULIANOVA. Una vita al volante. Dai primi giri sulla Pista gialla di Giulianova al grande salto in Formula 1 fino alla Coppa del mondo turismo vinta nel 2018. Dopo quasi mezzo secolo di corse, successi e record, il pilota giuliese Gabriele Tarquini a 59 anni ha deciso di chiudere la sua carriera.
Lo farà nel weekend a Sochi, con la Hyundai, nell’ultima tappa stagionale del Wtcr. «Ho preso questa decisione in 5 minuti», dice Tarquini, «perché, se ci avessi riflettuto di più, non avrei avuto mai il coraggio e avrei continuato a correre fino ad 80 anni. Guidare è una droga. Quando sono dietro al volante, ho sempre il sorriso sotto il casco. Ma ora è arrivato il momento di fermarsi».
Tarquini, torniamo indietro di 50 anni. Com’è nata la sua passione per i motori?
«Mio padre aveva un distributore di carburante di fronte alla Pista gialla di go-kart a Giulianova. Dai 5-6 anni passavo il mio tempo libero lì. È sempre stata questa l’unica passione della mia vita».
Ricorda la prima gara?
«Sì, sulla Pista d’oro a Roma insieme a mio fratello. Avevo 11 anni e all’epoca si faceva fatica a correre sotto i 14, ma con qualche sotterfugio abbiamo fatto la licenza e da lì ho cominciato la mia attività».
Quando ha capito che fare il pilota sarebbe diventato il suo mestiere?
«Dopo aver vinto anche il mondiale nei kart. È stato il trampolino di lancio per l’automobilismo».
Le annate in F1 sono state le più belle?
«Mai avrei immaginato che partendo da Giulianova sarei arrivato a sedermi su una macchina di Formula 1. Guardavo i miei idoli Senna, Prost, Mansell, Alboreto e Patrese solo dalla tv e correre con loro è stato un sogno che ha segnato la mia vita sportiva e non».
Si riferisce all’amicizia con Michael Schumacher?
«Sì, con lui si è creato un rapporto di amicizia e stima al di fuori delle corse. Lui è un grande appassionato di calcio ed era un trascinatore della Nazionale piloti che io ho fondato insieme con Patrese e Ivan Capelli. Quando Michael è venuto a giocare con la Nazionale, è stato il nostro diamante e grazie a lui abbiamo raccolto tanti fondi per la beneficenza».
Ha rimpianti legati alla F1?
«Sì, perché i risultati non sono stati eccelsi anche se correvo con macchine che non avevano l’obiettivo di vincere. Sono stato forse troppo riconoscente all’Ags, che era un piccolo team, e ho perso treni importanti».
Cosa l’ha spinta a correre fino a 59 anni?
«La passione viscerale e la voglia di mettermi in gioco. La mia fortuna è stata quella di adattarmi ai tempi. Quando ho iniziato non c’erano i computer, la telemetria e i sensori. Adesso si analizza tutto al pc. Quelli della mia generazione i computer li hanno visti nascere, quindi non è stato semplice adattarsi».
La sua più grande soddisfazione?
«Il campionato del mondo turismo vinto nel 2009 perché mi era sempre sfuggito per pochi punti».
Ci sono momenti che vorrebbe cancellare?
«L’abbandono della Formula 1 è stato uno choc, ma anche una fortuna perché poi mi sono concentrato solo sulle corse a ruote coperte e questa carriera l’ho fatta così lunga perché ho iniziato a correre nell’età giusta e con team importanti».
Perché ha deciso di smettere?
«Dopo la vittoria ad Aragon, ho capito che qualcosa in me era cambiato. Potevo smettere già nel 2015 quando la Honda mi aveva licenziato perché mi reputava troppo vecchio. Lì, però, ho avuto uno scatto d’orgoglio e ho vinto un altro mondiale. Questa volta, invece, ho deciso io di fermarmi».
Adesso cosa farà?
«Voglio restare legato a un team. Vediamo di trovare un accordo con Hyundai».
Giammarco Giardini
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