Tutti pazzi per Antonio I l’imperatore

Conquistatore, condottiero, monarca Così ha plasmato l’Italia a sua immagine
INVIATO A MONTPELLIER. Conte furioso, eroe dei due mondi, conquistatore, monarca assoluto, dittatore illuminato, uomo solo al comando, uno nessuno e centomila. Il ct azzurro ripercorre la storia, un viaggio nel tempo con il pallone, dalla Grecia antica al Sacro romano impero, dalle Guerre puniche al Risorgimento, dalla Guerra d’Indipendenza alla Rivoluzione d’ottobre.
Una costante: è lui il condottiero, il leader, il trascinatore, il capopopolo. E il suo popolo è la squadra, 23 giocatori che credono ciecamente in lui e sono pronti a seguirlo fino in fondo. E l’altro popolo, quello italiano, lo ama o lo odia perchè Conte è personaggio che divide. Non è figlio del compromesso storico, è destra o sinistra a seconda dei punti di vista. È stato capitano da giocatore, sempre in prima linea sul fronte, è generale da allenatore, ma non di quelli da accademia militare che giocano alla guerra con il plastico di Bruno Vespa, ma grande ufficiale di brigata, sempre presente in battaglia. Lo si è visto anche al Saint Denis: la sua area tecnica sembrava il campo di battaglia di Austerlitz col ct che, incurante del diluvio, corre varcando anche i confini, urla, incita e quando un pallone capita nella sua zona di competenza lo scalcia con furore rischiando l’espulsione.
E a proposito di Napoleone non mancano i riferimenti all’imperatore francese. Prendiamo i silenzi che caratterizzano l’ inizio delle sedute di allenamento: la squadra lavora, magari divisa in due gruppi, seguita dai componenti dello staff tecnico, mentre lui con le braccia conserte e l’espressione corrucciata si concentra sui suoi pensieri.
Ma come il grande stratega corso lui è «l’incomparabile maestro dell'arte del calcio». Già, perchè Conte Bonaparte studia a livello maniacale la partita che verrà, analizzando i pregi ma soprattutto i difetti degli avversari. Così con il Belgio ma soprattutto con la Spagna che ha sorpreso con un atteggiamento aggressivo, attaccandola e non subendola, parlando con il linguaggio del pallone e non con quello del fisico. Come Garibaldi, Conte ha un grande ascendente nei confronti dei suoi giocatori e se l’Eroe dei due mondi ha realizzato l’unità d’Italia con soli mille uomini, il nostro selezionatore con una squadra senza stelle sta compiendo qualcosa di grande. Già, il concetto del gruppo fa parte del lessico del calcio dai tempi di Piola, ma spesso si tratta di frasi scontate, ovvie ma senza anima e cuore. E invece Conte è davvero fine motivatore, psicanalista di buone letture che ha sostituito l’ “io” con il “noi”, bandito la proprietà privata dei ruoli in favore della collettività, dell’obiettivo comune. Una sorta di Lenin della panchina che applica il socialismo reale in uno spogliatoio di giovani uomini ricchi e spesso appagati. Però comanda lui, al Cremlino di Coverciano c’è una sola poltrona, la sua. Un’altra grande abilità è stata quella di trasformare in poco tempo una selezione in squadra. Conte non ha convocato, ha scelto e plasmato. Di solito ci vogliono mesi per dare nome, cognome e indirizzo ad un’idea di calcio, lui c’è riuscito in meno di trenta giorni e a Coverciano ha svolto un lavoro straordinario.
Ma Conte è anche dittatore, sicuramente illuminato ma assoluto nel potere. Un monarca che elenca principi e regole e li applica. Non c’è spazio per il genio ribelle, per il giocatore talentuoso di piede ma sregolato di testa. Ecco perchè non ha portato in Francia Balotelli, Cassano e ha lasciato a casa anche Berardi mentre ha “perdonato” Insigne solo dopo averlo catechizzato a Coverciano prima di diramare la lista dei 23. È un trascinatore Conte, una sorta di Simòn Bolivar del terzo millennio che ha portato anche migliaia di italiani a posare in maglia azzurra e i caroselli per le strade dopo la vittoria sulla Spagna ne sono un esempio. E conclusa l’avventura azzurra andrà a Londra, sponda Chelsea, dall’oligarca russo Abramovich. Ma statene certi, lo Zar sarà lui: Antonio Conte I.
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