Vastese in C, una prova di forza

7 Giugno 2019

La programmazione della società, le scelte di Ammazzalorso e un gruppo di ferro

VASTO. A Vasto il calcio nasce nel 1902 grazie ad alcuni studenti della Regia scuola tecnica Gabriele Rossetti. In 117 anni di storia al vecchio Aragona è successo di tutto, o quasi. Gioie, dolori, emozioni. Promozioni e retrocessioni, salvataggi in extremis e, purtroppo, anche qualche fallimento. Una delle più belle pagine degli ultimi 30 anni è stata quella scritta dalla società del presidente Gabriele Tumini, nella stagione 1989-90, che segnò il ritorno in serie C dell’allora Vastese allenata da Aldo Ammazzalorso. Una stagione indimenticabile per gioco, risultati ed entusiasmo, al termine della quale i biancorossi riuscirono a mettere insieme 47 punti frutto di 34 vittorie, 15 pareggi e tre sconfitte. Risultati straordinari che consentirono alla Vastese di aggiudicarsi il lungo ed entusiasmante testa a testa con il Molfetta, staccato di tre punti al traguardo finale. Un successo costruito da una società che si dimostrò brava a fissare il ritorno tra i professionisti con una programmazione seria e lungimirante: dopo il periodo della Vastese degli anni ’70, quando la serie C era la B di oggi, la stagione 1989-90 è stata quella più bella ed esaltante dell’ultimo trentennio grazie ad una squadra capace di giocare un calcio veloce, moderno, guidata alla perfezione da quell’Aldo Ammazzalorso che proprio qui a Vasto si fece conoscere al grande calcio. «Quando mi chiesero di allenare la Vastese», ha confessato il tecnico abruzzese, «io, in pratica, non ero quasi nessuno. Nonostante tutto, la società mi diede fiducia e mi costruì una squadra all’altezza della situazione. Io ci misi il resto ed il risultato fu straordinario». Era una squadra giovane ed esperta al tempo stesso con una difesa impenetrabile, un centrocampo dinamico e di qualità e un attacco di categoria superiore. Il campionato non è mai stato in discussione nonostante la forza di un Molfetta capace di tenere testa alla Vastese fino alla fine. Nell’arco dell’anno l’undici biancorosso ebbe momenti assolutamente irresistibili, testimoniati da una lunga sequenza di vittorie nel girone di andata. Una squadra capace di essere più spregiudicata di un Sulmona al contrario mostratosi troppo calcolatore e di un Molfetta svegliatosi troppo tardi, quando i giochi erano fatti. Insomma, un trionfo che premiò una città intera che viveva di calcio, che parlava di calcio e che tornò nel calcio vero dopo anni desolatamente bui.
In quel 1990 la Vastese ci riuscì perché ebbe coraggio nelle scelte, nella programmazione e nella gestione. A cominciare da Ammazzalorso, un tecnico che non aveva esperienza. E poi la squadra perché se è vero che il grande ritorno in serie C fu segnato grazie alla forza di Di Giulio e Giancamilli e alla gagliardia di uomini come Castorani , Scotini e Frioni, il merito di quel successo va attribuito anche ai panchinari che entrano e uscirono dall’undici titolare facendo sempre il loro dovere. Il riferimento è alla pattuglia costituita da De Filippis, il compianto Cosco, Fiorillo e da tutti gli altri.
Il capitano. Tra i giocatori chi non ha mai avuto dubbi sulla vittoria di quel campionato è stato Giorgio Castorani, l’allora ventiseienne capitano e mastino della retroguardia biancorossa. Uno di quei giocatori che ogni allenatore vorrebbe avere e che ogni attaccante vorrebbe evitare. Di fatto, un punto fermo dello squadrone del 1990. «La mia più bella stagione? Sicuramente quella 1989-90 con Ammazzalorso», dice Castorani. «La squadra dimostrò fin dalle prime giornate di essere la più completa, la più esperta, la più meritevole della serie C. Soprattutto nel girone di andata, grazie alle otto vittorie consecutive che ci permisero di allungare il passo in maniera determinante. Ricordo che nessuno riuscì a tenere il nostro passo e nel girone di ritorno, nonostante un nostro preventivato appannamento, non abbiamo mai corso il serio pericolo di gettare alle ortiche una stagione dominata sotto tutti i punti di vista e che finì in gloria». Al suo fianco c’è sempre stata la dolce metà Gabriella: si sposarono l’anno prima.
Oggi gestiscono un’attività di ristorazione a Montesilvano. «Quando arrivai a Vasto, cinque anni prima, mi promisi di approdare nel calcio professionistico nel più breve tempo possibile: nello stretto giro di tre anni vincemmo due campionati consecutivi, approdando in serie C grazie all’impegno e alla professionalità di tutti. L’anno successivo arrivammo quarti con Tony Giammarinaro dietro squadre come Chieti, Samb e Teramo e se ci fossero stati i play off saremmo sicuramente saliti perché eravamo i più forti. C’era Scotini, Russo, il giovane Mario Lemme, venduto al Parma per 600 milioni. Il giocatore più forte tra i miei compagni di allora? Sicuramente Carmelo Genovasi, nettamente di categoria superiore e ancora oggi non ho capito perché non abbia fatto una carriera più importante. E poi Vincenzo Fiorillo, un talento puro, e Rossano Di Lello, il nostro sindacalista, mandato via perché in Interregionale non avevamo rimborsi spese: lui era uno dei pochi che si batteva per la squadra e per questo genere di cose».
Gaetano Quagliarella
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