«15 anni senza Melania», Michele Rea ricorda la sorella

7 Aprile 2026

Intervista al fratello della donna che è stata massacrata dal marito nel bosco di Ripe: «Dopo lei una strage, non bastano solo nuove leggi»

TERAMO. L’esercizio della memoria è un dovere in uno Stato di diritto che non ha paura di guardarsi allo specchio. Ma bisognerebbe sempre cominciare dalle vittime e da chi resta. Soprattutto in questa Italia che non smette di contare le donne ammazzate. «Perché dopo Melania assistiamo a una strage senza fine»: lo strazio di Michele Rea da 15 anni è così concreto e lacerante da rimanerti appiccicato addosso tutte le volte che ci parli. Oggi che le ferite sono diventate anche feritoie, lui gira l’Italia a raccontare chi era la sorella di 29 anni che il 18 aprile del 2011 venne massacrata con 35 coltellate dal marito Salvatore Parolisi nel bosco di Ripe di Civitella, a inaugurare panchine rosse e lanciare moniti affinché si denunci. E alla vigilia di un altro anniversario di ricordi e rabbia, Michele ferma il tempo un’altra volta.

Dopo tanti anni dalla morte di Melania qual è il ricordo di lei che l’accompagna?

«Il sorriso di mia sorella, la sua voglia di vivere e di fare la mamma, il suo amore per l’uomo che le avrebbe tolto la vita. Tutte le volte che guardo sua figlia che oggi ha 17 anni vedo lei, la mamma che avrebbe potuto essere e non sarà mai, quello che avrebbe potuto dare a noi familiari e che non potremo avere. Era contenta della sua vita, del suo matrimonio, quando ci vedevamo la sua voglia di vivere contagiava tutti. Ecco, il ricordo di Melania è Melania stessa. Eravamo molto uniti e ci sentivamo tutti i giorni. Ci eravamo sentiti il giorno prima del suo omicidio. Avevamo parlato dei programmi per la Pasqua che era imminente, di come cresceva mia nipote. Dei fatti di tutti i giorni. È stata l’ultima volta che ho sentito la sua voce. Poi c’è il regalo che Melania mi ha fatto dopo la sua morte. Mio figlio, che oggi ha 5 anni, è nato il 24 maggio, il giorno del compleanno di Melania. Perché la vita trova sempre la sua strada».

L’ex caporal maggiore Salvatore Parolisi, il marito di Melania, è stato condannato a una pena definitiva di vent’anni dopo che la Cassazione ha eliminato l’aggravante della crudeltà. Lei crede sia stata fatta giustizia? «Non posso dire che Melania abbia avuto giustizia perché non l’ha avuta. Il marito l’ha uccisa con 35 coltellate mentre la loro figlioletta di 17 mesi era in auto, l’ha lasciata agonizzante in un bosco e dopo qualche giorno è tornato ad oltraggiare il corpo per depistare le indagini. Ma per i giudici questo non vuol dire essere crudeli. Parolisi ha sempre mentito, ha mentito a noi, agli investigatori che cercavano la verità. Ha sempre raccontato bugie ma nonostante questo è stato premiato dalla giustizia che gli ha concesso di uscire per un permesso premio. E anche in quest’occasione ha continuato a mentire, a dire bugie. I permessi sono stati bloccati, ma sappiamo tutti che prima o poi per lui arriverà il momento di uscire. Potrà tornare dai suoi familiari, ma mia sorella non tornerà più da noi e da sua figlia. La nostra Melania non potrà mai vedere che splendida ragazza è diventata la sua bambina».

Dopo Melania è arrivata la legge contro il femminicidio, ma la strage non si ferma. Che cosa serve ?

«Serve a certezza della pena in questo Paese in cui lo Stato continua a guardare questo infinito elenco di donne uccise da uomini. Qualcosa a livello di leggi è stato fatto e basti pensare proprio alla legge sul femminicidio arrivata dopo la morte di Melania, al fatto che non è più possibile chiedere il rito abbreviato. Ma evidentemente tutto questo ancora non basta. Serve altro. Guardi il caso di Melania e pensi che il suo assassino potrà uscire dal carcere e rifarsi una vita, come se l’omicidio fosse stato una parentesi. Io non credo che chi ha ucciso in quel modo possa redimersi, possa pentirsi. Penso che chi ha fatto una cosa così possa rifarla. Dopo l’omicidio la mia famiglia ha fondato un’associazione contro la violenza sulle donne perché l’attenzione resti sempre alta, perché si denunci subiti, perché le donne non si sentano sole. Ma è lo Stato che deve fare di più per frenare questa strage. Senza lasciare solo chi resta a piangere una sorella per tutta la vita».

©RIPRODUZIONE RISERVATA