«Acqua, da Ruzzo Reti e Infn inefficienze e negligenze»

2 Gennaio 2019

Le accuse del Noe nell’ultimo rapporto alla Procura: «L’acquedotto non ha investito sulla sicurezza» E sui laboratori: «Non hanno limitato le sostanze pericolose e radioattive, una scelta scellerata»

TERAMO. Inefficienze e negligenze di enti pubblici e società a consegnare l’impietosa fotografia di una realtà che, tra allarmi ed inchieste, resta sotto gli occhi di tutti a testimoniare ogni giorno quello che non è stato fatto per la sicurezza di un sistema acquifero che serve 700mila persone. C’è soprattutto questo nell’ultimo rapporto che i carabinieri del Noe, il nucleo operativo ecologico, hanno consegnato alla Procura teramana a conclusione della certosina indagine fatta dagli stessi militari sul sistema acqua del Gran Sasso chiusa con dieci indagati tra i vertici dell’Istituto di fisica nucleare, la Ruzzo Reti e la Strada dei parchi.
LE ACCUSE. Scrivono i carabinieri a pagina 84: «Le criticità del sistema acqua Gran Sasso erano evidenti ben prima dell’incidente Borexino del 2002. Nonostante ciò, calma e silenzio hanno regnato fino a che il clamore mediatico e la notizia che la Procura stesse conducendo indagini hanno indotto gli attori all’attivazione di iniziative importanti, formali e sostanziali dal punto di vista della sicurezza, che di certo potevano essere previste e intraprese molto tempo fa. Fino a quel momento ognuno di essi aveva agito unicamente nella propria prospettiva senza curarsi di interessi, interazioni o conseguenze diversi dai suoi: i Laboratori nazionali Gran Sasso per continuare nell’attività di ricerca, la Ruzzo per proseguire ad erogare acqua al minor costo possibile, risparmiando sui mancati investimenti, anche in tema di sicurezza, che pure il contratto di gestione imponeva; la Strada dei parchi proseguendo nel proprio ordinario esercizio, ligia al codice della strada e alla sua concessione, senza mai preoccuparsi delle conseguenze ambientali derivati dalle proprie attività».
LA RUZZO RETI. I carabinieri, nel rapporto che porta la data del 5 luglio di quest’anno (quindi due mesi prima la chiusura dell’indagine con i dieci avvisi di garanzia) ipotizzano tutta una serie di presunte responsabilità. A cominciare proprio da quelle della società acquedottistica teramana. «Riguardo alla sorgente del traforo», si legge a pagina 81 del rapporto, «la Ruzzo ha sempre indicato come inizio della stessa gli sbarramenti situati nella parte più a monte del cunicolo di servizio. In realtà i punti di captazione sono posti prima degli sbarramenti e subiscono indubbie interferenze sia dai Laboratori nazionali di fisica nucleare, sia dalle carreggiate autostradali del traforo. La Ruzzo ha dimostrato una totale mancanza di conoscenza delle proprie infrastrutture acquedottistiche e di aver ignorato per lungo tempo le potenziali fonti di contaminazione rappresentate dalle attività antropiche presente. In questo contesto il piano di autocontrollo della Ruzzo si ritiene insufficiente per il fatto che non vengono tenute in debita considerazione le innumerevoli sostanze usate all’interno dei Laboratori». I carabinieri, i appuntano l’attenzione anche sulle sonde usate dalla Ruzzo per i controlli. «Il gestore Ruzzo», scrivono a pagina 101, «ha posto in manutenzione una delle sonde, la Sy S2, senza comunicarlo a nessuno e senza curarsi della sua sostituzione, tanto che ad oggi risulta ancora mancante e questo lascia la fluenza dello sbarramento destro senza alcun controllo. Dal momento in cui è a conoscenza dell’antieconomicità della riparazione /sostituzione, si è attivata solo nel 2018 per implementare uno strumento di allarme precoce alternativo. In generale ha con colpevole negligenza gestito i sistemi di allarme e verifica di eventuali contaminazioni delle acque, lasciando che si disattivassero le schede Sim indispensabili alla comunicazione di allarmi, con ciò accettando il rischio di erogare alla collettività acque non igienicamente verificate».
I LABORATORI DI FISICA. Nel rapporto i carabinieri insistono sulla richiesta di limitare la presenza de le sostanze pericolose. «Le risultanze di questa indagine», scrivono a pagina 86, «permettono di affermare che il solo dismettere le captazioni dei Laboratori non può ritenersi sufficiente nè risolutivo, ma va perseguita piuttosto una limitazione nell’impiego di sostanze pericolose in un contesto rivelatosi estremamente vulnerabile. Pertanto, in primis il rispetto dell’articolo 94, più che nella perimetrazione delle zone di tutela, dovrebbe tradursi nell’immediato allontanamento di prodotti e sostanze pericolose che, al contrario, oggi sono ancora gestiti nei laboratori sotterranei ed in quantità tali da farlo ricadere nelle previsioni della normativa Seveso». E aggiungono: «I Laboratori non hanno neppure mai programmato un eventuale allontanamento delle sostanze pericolose gestite e, al di là di dichiarazioni informali, di fatto non hanno mai previsto una loro eventuale sostituzione con sostanze compatibili. Per cui nonostante vi sia una legge che impone l’allontanamento delle sostanze pericolose/o radioattive, non solo non si adempie, ma addirittura si programmano ulteriori esperimenti che prevedono l’utilizzo di sostanze pericolose o radioattive, in costante, pervicace e continuata violazione dell’obbligo a dimostrazione di come il mancato allontanamento sia una opzione cosciente e volontaria da parte dei Laboratori». Una scelta che i militari del Noe definiscono «scellerata se si considera che gli interventi del commissario Balducci erano risultati da subito parziali e incompleti».
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