«Addio Aldo, l’uomo della ruspa»

19 Giugno 2018

Il ricordo dell’operaio di Canzano morto in un incidente sul lavoro

TERAMO. Sulla tragica morte di Aldo D’Agostino, l’operaio di Canzano che lavorava alla Stam di Colonnella, rimasto schiacciato da una ruspa, publichiamo un intervento del docente di filosofia Luciano Verdone, che ricorda lo scomparso.

Lui su quelle macchine praticamente ci viveva. Nel gennaio 2017, in sella al suo ruspino, liberava cortili e viali da montagne di neve. L’eterna sigaretta in bocca, messa di traverso, cordiale e disponibile, nonostante l’aspetto da duro del west … Aveva acquistato una casa nelle campagne di Canzano e, grazie alle sue capacità, l’aveva trasformata in una villa. Ma, l’altro giorno, venerdì 15 giugno, in quel di Colonnella, mentre lavorava tra montagne di compost, Aldo era a terra, ed il compagno che manovrava, dall’alto di un mezzo possente, non l’ha visto. I vapori del compostaggio hanno confuso la sua immagine … gli è passato sopra due volte e solo dopo si è fermato. Una doppia tragedia si è consumata in quel momento. Un uomo, Aldo D’Agostino, 62 anni, è rimasto schiacciato dalla grande ruspa azionata da un compagno, mentre l’altro, appena se n’è accorto, si è trovato di fronte all’indicibile.
Aldo, mio povero amico, cosa sarà mai, per un uomo, trovarsi in una situazione come quella vissuta da te. Hai avuto appena il tempo di capire, in un attimo senza tempo, che la tua vita si dissolveva, così, inaspettatamente, stupidamente, senza un perché … E mentre ti scorrevano dinanzi i volti più amati, la mente realizzava, in un confuso bilancio, il senso globale dell’esistenza. Ma che desolazione, per chi rimane. Se la scomparsa di una persona cara è di per se un colpo fortissimo, una morte come quella di Aldo, cancellato nel pieno delle energie vitali, diventa insostenibile. Quanto tempo occorrerà, alla moglie, al figlio, al nipotino di quattro anni, per prendere coscienza di quanto accaduto in quel venerdì di giugno? Solo il tempo, scorrendo inesorabile, potrà attenuare, con mano pietosa, le piaghe di quei cuori. Tuttavia, io credo che soltanto la fede possa offrire, in questi casi, risposte che oppongono speranza allo spettro del nulla. La fede è una voce discreta, ma vitale. Mormora, all’interno di noi, con ragioni che non ingannano. E’ il cuore stesso che insorge per gridare che l’uomo non finisce, non può finire. Perché è spirito, pensiero, universo di affetti. La fede cristiana ci dice, con certezza, che una morte, in qualunque modo avvenga, è sempre il compimento di una volontà superiore che dispone ogni cosa per il nostro bene. Anche se ciò, per ora, non è comprensibile. La morte non è mai casuale. Avviene quando, come e dove Dio vuole. E’ evidente. Alle parole della fede si oppongono gli occhi bisognosi di vedere e la ragione desiderosa di comprendere. Talvolta, credere richiede lotta, conquista. Sarà come scalare le mura di una cittadella impenetrabile. Ma il cuore griderà sempre che Aldo non è lì, in quella sagoma, compressa da un grande macchinario. La fede ce l’assicura. La persona che tu ami e che non vedi più, esiste ancora, in una vita diversa e superiore.
Luciano Verdone