Al via a gennaio il processo ai Santoleri

12 Settembre 2018

Il pm non ha dubbi: il figlio ha ucciso Renata strangolandola, il padre l’ha aiutato. Il gip accorda il giudizio immediato

TERAMO. Per la Procura non ci sono dubbi. Ad uccidere Renata Rapposelli, la pittrice teatina di 64 anni da tempo residente ad Ancona e il cui cadavere fu rinvenuto sul greto del fiume Chienti, nel Maceratese, sarebbe stato, a Giulianova, il figlio Simone Santoleri con la complicità del padre Giuseppe. Accuse che adesso dovranno reggere in dibattimento, con il processo a carico dell'ex marito e del figlio della donna, accusati di omicidio volontario aggravato e soppressione di cadavere, che si aprirà il prossimo 16 gennaio davanti alla corte d'assise del tribunale di Teramo. Il gip Roberto Veneziano, accogliendo la richiesta del pm Enrica Medori, ha infatti firmato il decreto di giudizio immediato a carico dei due imputati, decreto che ieri mattina è stato notificato ai difensori dei Santoleri, gli avvocati Gianluca Reitano, Gianluca Carradori e Alessandro Angelozzi.
La richiesta di giudizio immediato era arrivata nei giorni scorsi, dopo che sul tavolo della Procura erano rientrati numerosi accertamenti, compresa la relazione dell'anatomopatologo che aveva effettuato l'autopsia sul corpo della pittrice. La donna, secondo gli inquirenti, sarebbe morta il 9 ottobre dello scorso anno, dopo essere arrivata a Giulianova per vedere ex marito e figlio, strangolata al termine di una violenta discussione per questioni economiche. «In particolare, dopo un violento litigio dovuto a questioni di natura economica avvenuto presso l'abitazione di residenza dei correi», si legge infatti nel capo di imputazione, «Simone Santoleri inveiva urlando contro la madre... e la afferrava al collo stringendo con violenza, contestualmente tappandole la bocca impedendole di respirare e trascinando così la povera donna sul divano della zona giorno, ove continuava l'azione di strangolamento e di asfissia». Ad aiutarlo, sempre secondo l'accusa, il padre Giuseppe, che «teneva fermi i piedi della donna che tentava strenuamente di divincolarsi». Per la Procura, successivamente, padre e figlio si sarebbero disfatti del cadavere che sarebbe stato inizialmente nascosto all'interno del bagagliaio dell'auto in uso ai due uomini, e poi trasportato da Giulianova a Tolentino e gettato in una scarpata sul greto del Chienti.
«In questa fase non era previsto alcun contraddittorio e pertanto la valutazione del gip nell'accogliere la richiesta del pubblico ministero sul giudizio immediato è fondata solamente sul materiale investigativo offerto dalla Procura, senza possibilità di interlocuzione», hanno commentato a caldo i legali dei due imputati, «peraltro le indagini non sono ancora tecnicamente concluse, poiché non è stato ancora comunicato l'esito degli accertamenti sul terriccio repertato dall'autovettura dei Santoleri, accertamento che, tra gli altri, verosimilmente potrebbe essere favorevole alla difesa». I legali hanno quindi annunciato che inizieranno subito, «con i propri consulenti, ad analizzare il fascicolo delle indagini per poi evidenziare in dibattimento le varie contraddizioni degli esiti degli accertamenti scientifici e medico legali».
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