Alunni maltrattati, la maestra fa ricorso contro la condanna

30 Ottobre 2021

Va in Appello la 64enne di Campli: in primo grado le sono stati inflitti un anno e quattro mesi L’insegnante (ora in pensione) è accusata di aver schiaffeggiato e insultato i bimbi di una materna

TERAMO. La maestra condannata per maltrattamenti agli alunni ricorre in Appello. L’avvocato Eugenio Galassi, il difensore della donna, nei giorni scorsi ha presentato ricorso contro la sentenza con cui il tribunale teramano ha condannato a un anno e 4 mesi l’insegnante di Campli accusata di aver schiaffeggiato e insultato i piccoli di una scuola materna della cittadina farnese. Così in primo grado a luglio ha stabilito il gup Lorenzo Prudenzano al termine del processo con rito abbreviato per l’insegnante Licia Romani (ora in pensione) e all’epoca dei fatti colpita da un provvedimento di sospensione di sei mesi dall’attività. La Procura (il pm Greta Aloisi titolare del fascicolo) aveva chiesto la condanna a tre anni mezzo. Alla donna viene contestato il reato di maltrattamenti, sia fisici che psicologici, che sarebbero stati inflitti a diversi alunni tutti di età compresa tra i cinque e i sei anni. Maltrattamenti che, secondo l’accusa, si sarebbero consumati nell’arco di un anno dal 23 marzo 2018 al 27 aprile del 2019 e che sarebbero consistiti, secondo quanto si legge nell’avviso di conclusione, sia in violenze fisiche «con strattonamenti, trascinamenti, spintoni, schiaffi al volto, pizzicotti sulle guance, tirate d’orecchio, colpi alla testa anche con oggetti», sia, si legge sempre nell’avviso, in violenze psicologiche, «redarguendoli con urla ed espressioni umilianti nonchè sottoponendoli o minacciando di sottoporli a punizioni mortificanti». Alla maestra, in particolare, vengono contestati ben 27 episodi, con la donna che oltre a colpire con degli schiaffi gli alunni in più occasioni li avrebbe apostrofati con espressioni quali «sei un bambino che non capisce niente», «gli animali non stanno qua dentro...stanno nel pollaio». E ancora, si legge sempre nell’avviso di conclusione, «la smetti..mo’ te spacche la teste» o «se non la smetti ti lego». In una caso, scrive il pubblico ministero nell’avviso di conclusione, «afferrava un bimbo per un braccio, lo sollevava dalla sedia e accompagnandolo verso la porta gli dava una pedata al sedere; poco dopo le redarguiva dandogli uno schiaffo; successivamente lo colpiva in testa con un libro, lo afferrava per un braccio e lo trascinava vicino ad una sedia». L’insegnante ha sempre respinto le accuse. Nella sua arringa il legale aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato o la modifica dell’accusa da maltrattamenti ad abuso di mezzi di correzione o disciplina (l’articolo 571 del codice penale).
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