Arrestata ingiustamente, sarà risarcita

Mosciano, la corte d’appello stabilisce il pagamento di diecimila euro per 43 giorni di detenzione
MOSCIANO. Diecimila euro come risarcimento di 43 giorni di ingiusta detenzione. Lo ha stabilito la corte d’appello dell’Aquila, presieduta dal giudice Fabrizia Francabandera, accogliendo la richiesta presentata da una donna di Mosciano, difesa dall’avvocato Romina Moro, arrestata nel marzo 2008 per maltrattamenti in famiglia. Un’accusa dalla quale completamente scagionata in seguito dal tribunale di Teramo che nel febbraio 2013 la mandò assolta con la formula “il fatto non sussiste”. Fu lo spesso pubblico ministero a chiedere l’assoluzione dopo che nel dibattimento era emersa la sua totale estraneità alle accuse.
La donna di Mosciano doveva rispondere di maltrattamenti in famiglia a danno due bambini, figli di conoscenti, che abitualmente frequentavano, soprattutto quando i genitori erano al lavoro, che lei avrebbe picchiato più volte per educarli. Ma l’inchiesta era partita in realtà per accertare fatti più gravi. I due bambini avevano raccontato di essere stati vittime di molestie sessuali da parte del marito della donna, poi deceduto. I due minorenni ne avevano parlato a scuola e della cosa si erano occupati i servizi sociali che poi avevano riferito alla magistratura. Il racconto dei bambini fu ritenuto credibile, ma il tribunale, nel corso del dibattimento accertò che la loro testimonianza era inquinata da fattori esterni.
Nella sentenza con cui accorda il risarcimento, la corte d’appello osserva che «il tribunale ha riconosciuto la totale inconsistenza del quadro accusatorio, anche in ragione del mancato accertamento in ordine alle capacità di testimoniare dei minori, avendo l’istruttoria evidenziato l’erronea gestione delle propalazioni delle pretese parti offese, vittime di un ambiente familiare culturalmente degradato e condizionato da fattori esterni che ne minavano la genuinità». Ma oltre a questo, la detenzione della donna moscianese è stata ritenuta ingiusta anche per un altro motivo, puntualmente riferito nella sentenza della corte d’appello: «La ricorrente fu tratta in arresto sulla base di un quadro accusatorio quantomeno ambiguo e inquinato da un presupposto erroneo: il Gip, infatti, aveva applicato la misura nella premessa che (la donna, ndr), avesse eluso il provvedimento adottato dal tribunale per i minorenni (il divieto a lei e al marito di frequentare i conoscenti e i loro figli, ndr), omettendo di considerare che lo stesso non era mai stato notificato all’imputata». Accertato quindi che la detenzione era ingiusta, la corte ha stabilito che lo Stato deve pagare 5.074 euro per i 43 giorni di detenzione (pari a 118 euro algiorno) più altri cinquemila per i danni morali.(e.a.)
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