«Avevano già le buste per il cadavere»

Il giudice, nel respingere la richiesta di scarcerazione per Santoleri senior, ipotizza la premeditazione per padre e figlio
GIULIANOVA. «Un piano di azione preordinato alla esecuzione del grave delitto» lo chiama il gip Roberto Veneziano nel dire no agli arresti domiciliari per Giuseppe Santoleri. Ed è in quel passaggio che la ricostruzione del magistrato ipotizza una premeditazione nel delitto della 64enne pittrice Renata Rapposelli per cui sono in carcere con l’accusa di omicidio volontario il figlio Simone e l’ex marito Giuseppe.
LE BUSTE. Partendo da un elemento: le grandi buste nere della spazzatura risultate acquistate qualche giorno prima e usate per nascondere e trasportare il corpo da Giulianova a Tolentino.Scrive il gip nel provvedimento: «Giuseppe Santoleri ha dovuto necessariamente ammettere, al cospetto del pm, che le buste di plastica di grandi dimensioni, in cui il corpo della vittima era stato occultato, nei momenti immediatamente successivi all’omicidio, erano state preventivamente acquistate, da entrambi i correi, solo a tale specifico scopo, in tal modo disvelando la perfetta conoscenza di un piano di azione preordinato alla esecuzione del grave delitto, cui aveva coscientemente prestato incondizionata adesione».
LA CONFESSIONE. Santoleri senior (difeso dall’avvocato Alessandro Angelozzi) nei giorni scorsi aveva chiesto gli arresti domiciliari dopo aver dichiarato al pm Enrica Medori (titolare del fascicolo) che a soffocare la donna è stato il figlio Simone e che proprio per paura di lui non ha parlato prima. Ma, scrive, il giudice con quella confessione Giuseppe Santoleri «ha semplicemente tentato, dopo aver constatato la convergenza di indizi di colpevolezza gravi, precisi e concordanti che ne inchiodavano la responsabilità in ordine al gravissimo delitto commesso unitamente al figlio, di ridimensionare utilitaristicamente il ruolo in concreto svolto nel concorrere a sopprimere la povera Rapposelli, in tal modo provando a ricavarsi, con fare camaleontico ed istrionico, una condizione di asserita sudditanza rispetto alla gestione prioritaria ed assorbente del fatto-reato da parte del figlio Simone».
IL TRANELLO. Secondo Veneziano è Santoleri padre che chiama la ex moglie (con cui i rapporti sono ormai caratterizzati solo da liti per questioni economiche) per farla venire nell’abitazione di Giulianova attirandola in quello che definisce «un tranello». Così scrive a questo proposito il gip Veneziano nel provvedimento: «È solo il caso di evidenziare che l’odierno prevenuto, in adesione ad un programma delinquenziale cui aveva prestato volontaria e coinvolgente adesione ha provveduto, a suo tempo, a contattare telefonicamente la moglie residente nelle Marche per convincerla a raggiungere i congiunti a Giulianova, iniziative che intraprendeva con il chiaro intento di attirarla nel tranello che aveva ordito unitamente al figlio e che era prodromico alla soppressione fisica della donna, consapevole com’era che il consanguineo, che più volte gli aveva rappresentato l’intenzione di uccidere la madre, avrebbe certamente dato attuazione ad un proposito criminale che, ormai, non avrebbe più potuto reprimere».
IL PROCESSO. Il 16 gennaio la prima udienza del processo davanti alla Corte d’assise per padre e figlio. Simone, e fino a qualche mese fa anche Giuseppe, ha sempre respinto ogni accusa sostenendo che quel 9 ottobre dell’anno scorso ha incontrato la mamma a Giulianova ma poi il padre l’ha accompagnata a Loreto e qui lasciata. Di diverso avviso inquirenti e investigatori di due Procure: quella di Ancona prima e quella di Teramo dopo il passaggio per competenza territoriale. La donna, secondo l’accusa, sarebbe stata uccisa nel primo pomeriggio dopo essere arrivata in treno da Ancona a Giulianova per vedere ex marito e figlio, strangolata al termine di una violenta lite scoppiata per questioni economiche, con il corpo caricato in auto e scaricato sulle rive del Chienti, a Tolentino.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

